Biagio Zagarrio.
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Il nostro paradiso perduto.
Brevi Racconti.
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1997.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Raccolta di novelle pubblicata postuma in cui l'autore ripercorre con la memoria un tempo ormai lontano, permeato dalla sofferenza e dalla durezza di una terra arcaica e mitizzata. Troviamo gi nel titolo il filo conduttore della raccolta che  permeata della fedelt di Biagio Zagarrio al passato, alla terra e ai miti che sono stati lo sfondo e lambiente della sua infanzia.
Ma i confini non sono quelli autobiografici che verrebbero percepiti come una gabbia: vengono al contrario superati e, attraverso il filtro della sua memoria, entriamo in contatto con la vita e gli uomini della sua Sicilia e le immagini restano vivissime nella memoria del lettore: dalle rapide descrizioni della vita militare di giovani soldati che si sentono certamente estranei allimposizione della divisa, ai primi lavoratori protagonisti delle lotte popolari in Sicilia e morti sotto il piombo di oppressori antichi. Alcuni personaggi testimoniano invece della vita familiare dellautore stesso, come il memorabile zio Ciccio, e come lalbero di carrubo del racconto omonimo, forse la pi nota tra le novelle di questa raccolta.
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L'AUTORE.
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Biagio Zagarrio (Ravanusa, 1898 Genova, 1951)  stato un poeta e scrittore italiano. Laureatosi in giurisprudenza, esercit la professione di procuratore delle imposte alternandola alla carriera di poeta e scrittore. Zio del poeta Giuseppe Zagarrio, nel 1949 vinse con la raccolte di liriche Sereno il Premio Viareggio per la poesia ex aequo con Ugo Moretti.
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Il nostro paradiso perduto.
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Indice.
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1. Il danaro.
2.  nata una bambina.
3. I due soldati.
4. Il saluto.
5. Una scenata.
6. Il verdone.
7. La figlia.
8. Il nostro paradiso perduto.
9. I contadini hanno riacceso le fiaccole.
10. L'eredit
11. La cravatta.
12. Il carrubo.
13. La menta.	
14. Villeggiatura.
15. Fine d'anno.
16. Cavatori.
17. Nascita della casa popolare.
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Fine Indice.
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1. Il danaro.
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Quando la madre entr nella stazione vi erano poche persone.
"Scusate, quando passer il treno?"
L'impiegato si era appena voltato a guardarla.
"Ne passano tanti", ed aveva proseguito lungo i binari.
La madre l'aveva seguito.
"Quello coi soldati: c' mio figlio."
L'uomo si era fermato: "Non saprei, buona donna. Chiedetelo al Capo; l." Ed aveva indicato la porta.
La porta era accostata ed il ticchettio delle macchine riempiva la stanza.
"Scusate: il treno..." la voce era timida; sul berretto l'uomo aveva tante strisce d'oro; dalla parete l'aveva investita lo sguardo del ritratto grande e sotto vi era Ges in croce.
"Quale treno?"
"Quello coi soldati."
"Non so di preciso."
"C' mio figlio."
Il Capo aveva lasciato il suo tavolo, s'era avvicinato.
"Siete stata avvisata?"
"Col telegramma: mi dice che passer stasera."
"S, ma non lo sappiamo con precisione; potr tardare anche un'ora, ma passer. Vi conviene aspettare."
"Oh certo."
Il Capo aveva scostata la porta. "Vi sono i sedili." Ed aveva accennato verso il muro, sotto all'orologio.
"Vi ringrazio."
"Oh niente."
La porta s'era richiusa ed il ticchettio s'era smorzato.
Ora dal suo cantuccio, vicino all'orologio, non sentiva che il battito del suo vecchio cuore.
Le rotaie strisciavano nere davanti a lei, si smarrivano subito dopo nel buio. I pali si alzavano e le reti erano sospese in alto.
Qualche occhio era aperto nel buio: rosso di sangue. Una macchina di l, sui binari, scivolava su e gi.
La massa s'avanzava, spariva, ritornava indietro. A volte, sui fili, sprizzavano fiammelle azzurre e il lampo scoppiava. Allora il cuore saltava sotto il corpetto.
"Salutami il ragazzo." Il suo vecchio aveva gli occhi accesi agli angoli nella faccia scarna.
"Il ragazzo." Il cuore era affiorato sotto la pelle ed il pianto aveva fatto piena alla gola. Quando il figlio era ritornato aveva il cappello con la penna e gli scarponi coi chiodi.
"Noi alpini" aveva detto "siamo truppe scelte: in montagna stiamo come a casa nostra." Il "suo" vecchio stava in ascolto: gli occhi suoi brillavano e le guance erano accese. Dopo la partenza del figlio era rimasto a guardare fuori dalla finestra; in fondo, in fondo, dove la strada faceva svolta.
Quando il postino aveva portato "il foglio", il vecchio era diventato bianco come il lenzuolo.
"Un telegramma," s'era sollevato sul letto "dammi."
Aveva aperto il foglio. "Dice che passer." Ed aveva respirato forte.
Ora la macchina s'era fermata quasi di fronte a lei e gli occhi, nel buio, erano infiammati.
Le porte si aprivano, si richiudevano e la luce era povera come se dentro fossero accese le candele.
Le lancette erano pesanti; si muovevano, appena, dentro il cerchio nero dell'orologio; le ombre passavano lungo i binari, parlavano piano: come in camposanto.
Quando aveva lasciato la casa era ancora giorno. La viottola s'allungava fra gli alberi, i campi si slargavano, verdi, fino ai colli lontani.
Affioravano prati, campi, ed il passo del figlio venne a battere accanto al suo. I rami si tendevano come braccia in alto, e le voci dei passeri scendevano fino a loro. Le foglie sospiravano sui rami ed i papaveri bruciavano in mezzo alle giovani spighe.
"Guarda, mamma: un nido." La voce del figlio suon giovane e fresca. La manina tirava a fermarla. "Andiamo,  tardi" ma anche i suoi occhi si levavano a guardare in alto. Fra il verde le teste implumi traboccavano dal nido e le bocche erano spalancate, in attesa. "Su andiamo." Ed il cammino col ragazzo riprendeva. Il cuore era pi leggero ed il passo pi svelto: il pigolio rimaneva all'orecchio: un suono dolce come la voce del figlio. La fontana veniva incontro ed i rami degli alberi, attorno, fiorivano sull'acqua dentro l'abbeveratoio. Nel mezzo viaggiavano, lente, piccole nuvole. Il ragazzo immergeva la mano a cancellare le nuvole. "Aspetta che ritornano." "Via, ci aspetta tuo padre." Ma gli occhi si attardavano sul tremito dell'acqua. "Eccoli, eccoli." I rami riaffioravano e le nuvole tornavano a far vela. Dalla mano del ragazzo gocciolavano le perline. I passi riprendevano lungo la viottola e le foglie mormoravano sommesse.
Soltanto quando raggiunse lo stradale e le si par davanti l'autobus, si accorse d'essere sola.
"Passa il ragazzo" le parole tornarono a scoppiare dentro il petto magro.
Ora le persone camminavano sul marciapiedi lungo il binario, una vicina all'altra e la stazione era in fondo al mondo.
Il deserto s'allargava attorno a lei; "Lo trover?" Le parole balzarono, improvvise, ed il cuore si ferm; poi il picchio torn veloce sotto il corpetto.
Altre donne erano attorno, vicino ai binari.
Il campanello trillava e le ombre s'erano appressate ai binari. "Aspettate anche voi?"
"S, mio fratello." Una delle due donne era giovane.
"Si fermer molto?"
"Speriamo."
Il treno era comparso in fondo: i due fanali s'affrettavano verso la stazione; la massa della macchina romb e la ventata invest la stazione.
"Ti porter un fiore" cantavano gli alpini. Ad ogni finestrino tre, quattro visi.
"Gelati, gelati" alcuni gridavano "gelati".
"Pietro, Pietro" la madre avrebbe voluto gridare, ma la voce era rimasta dentro: le facce, ai finestrini, erano tante; uguali.
"Scusate, scusate." E continuava ad avanzare lungo il treno: "Pietro, Pietro" erano gli occhi a cercare; la bocca era chiusa e gli occhi gi ardevano.
"In vettura" la voce del conduttore ripet: "in vettura."
"Un momento, un momento" ma la gola era secca e le parole non potevano uscire.
"Mamma" la ferm la voce del figlio. "Mio Dio, mio Dio" non pot dire altro. Il treno si muoveva.
Il figlio aveva allungato il braccio dal finestrino, le stringeva la mano.
"Stai tranquilla, salutami il babbo" le parole le sentiva appena.
"...Dall'Africa mio amore..." urlavano ai finestrini.
"Tieni" aveva tirato dal corpetto un involtino "li avevo messi da parte." E camminava a fianco della vettura.
Il treno aveva accelerato.
Il figlio afferr il pacchetto: la carta si ruppe e le monete scivolarono, caddero sul selciato, rimbalzarono sotto il treno.
Le vetture sfilarono, rombarono una dietro l'altra ed il vento port via le voci dei soldati.
La madre teneva la mano alta, ferma, poi la lasci cadere lungo il fianco.
"Ecco, ecco" qualcuno s'era chinato a raccogliere il denaro. La madre non sentiva: s'allontan lentamente fra le altre ombre, si perdette in fondo, nel buio, verso l'uscita.
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Fine.
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2. " nata una bambina".
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"Non succeder nulla, vero?" le parole tornarono una notte: la moglie qualche giorno prima l'aveva guardato negli occhi e le parole erano affiorate piano: "Sai, avremo un bambino." "Oh cara." Non aveva saputo dire altro ch il cuore s'era messo a picchiare ed i pensieri avevano fatto piena. Poi gli occhi della moglie s'erano abbassati e la mano era passata e ripassata sul dorso della sua: la carezza di una piuma. "Non succeder nulla, vero?" aveva chiesto: una voce nuova, gracile; di bambina. Aveva attirato la testa di lei contro il petto e le aveva posta la mano sulla fronte, come a proteggerne i pensieri: "Andr tutto bene;vedrai." Una, due lacrime erano cadute sulla sua destra.
Quel pianto era penetrato dentro di lui: svegliava, a volte, ondate di tristezza.
"Non succeder nulla, vero?" le parole, nella notte, erano ritornate; s'erano fermate a scavare dentro. Solo verso l'alba pot riprendere sonno.
I giorni erano seguiti ai giorni.
La moglie gli dormiva accanto. Il ventre gonfiava la coperta; un respiro affaticato, come se la creatura che maturava dentro avesse succhiato tutte le energie.
L'ombra era cresciuta sotto gli occhi e le guance erano asciutte; come scavate.
A volte, nello svegliarsi, trovava la moglie ad occhi aperti: due grandi occhi smarriti nella visione di un mondo a lui estraneo, ostile. "Che pensi?" chiedeva. "Oh niente." Era sempre uguale la risposta.
Quando la madre veniva a fare loro visita parlavano di cuffiette e di fasce, come se il bambino fosse gi tra loro: un giardino ove sbocciavano calzine, corpettini, scarpine rosa, celesti. "Sar un maschio: certo!" Gli occhi della moglie avevano lucentezze di gemma. Ed il tempo, allora, fluiva conte le acque dei fiumi.
Ma appena soli, la donna si trascinava col suo fardello, da una stanza all'altra, a sfaccendare ed il silenzio pesava.
Aveva notato che la madre, parlando, guardava il ventre della moglie, come se da un momento all'altro dovesse succedere qualche cosa di nuovo.
Anche lui posava spesso lo sguardo su quel ventre: ma presto gli occhi guardavano altrove; per timore d'essere sorpresi in quel muto interrogare.
Al lavoro le ore si succedevano strane; come irreali.
La donna ora viveva chiusa in quel suo grande sogno: abbarbicato entro al suo grembo, le radici sprofondate negli evi, l'essere maturava, cresceva. Tutto, intorno, era lontano, estraneo. Il rumore del giorno, il dilagare del silenzio della notte: un suono solo pel suo orecchio: dolce fluire della vita dal suo nel nuovo essere.
Un giorno, contro la pelle tesa, affior un palpito:un battere d'ala.
Per tutto il giorno vibr presa dalla tensione.
La sera, quando lui ritorn dal lavoro, la donna gli prese la mano e l'avvicin al grembo. "Sentilo" le parole uscirono come un soffio ed il corpo era teso, come se ogni particella di esso fosse stata in ascolto.
Le dita sfiorarono il ventre ed il cuore cess di picchiare.
Il battito affior sul ventre: il palpitare d'una tempia. Ritrasse la mano. Il cuore era ritornato a battere: le case, gli uomini, le voci erano lontane: si trov incamminato assieme al bimbo, la manina nella mano, per le vie della vita; felice.
"Se morissi..." improvvisamente lo ferm la voce della moglie.
"Che dici, cara?" La mano pass, ripass sui capelli di lei.
"S, se morissi?" Un'insistenza assurda ora che la vita della creatura si era manifestata.
"Oh non dire sciocchezze." La bocca si pos sulla fronte pallida.
Le faccende ripresero presto la donna, ed il silenzio si lev fra loro come un muro.
Fuori il vento soffiava: lamenti salivano a rodere dentro di lui insieme con le parole della moglie.
Giorni dopo, sfogliando il giornale, i suoi occhi si fermarono su alcune frasi: "Giovane donna morta nel dare alla luce un bimbo." Le parole della moglie s'accesero dentro: "Se morissi?"
Il pallore della donna, il suo respiro stentato vennero a turbarlo come una colpa: una colpa tutta sua, solo sua.
Ogni giorno la levatrice veniva a dare "un'occhiata". Insieme con la moglie si chiudeva nella stanza da letto. Quando usciva, le parole erano sempre le stesse: "Non c' male; presto ci saremo."
La moglie preparava una tazza di caff che la donna sorbiva per poi affrettarsi ad uscire: "Ho altre visite da fare."
"Tornate presto" pregava lui e la donna faceva di s con la testa.
Al lavoro, a volte, le mani restavano ferme ed i pensieri correvano alla casa: la moglie allora avanzava con il suo povero viso disfatto. Per la strada, per, incontrava bambini, che sbocciavano come fiori dalle piccole coperte a ricami, dentro le carrozzine: i suoi pensieri allora, accompagnavano, timidi, le mamme, i bambini.
La sera restava a tenere compagnia alla moglie; lei sferruzzava sotto il cerchio della luce e lui leggeva il giornale.
I fatti di guerra riempivano le colonne, ma in fondo, in un cantuccio della cronaca, l'aspettava, fedele, la notizia che lo interessava: "Citt che fioriscono: 'Nati'".
Dalle mani della moglie nascevano, crescevano magliette, piccole, leggere; come per vestire le bambole.
La donna camminava, ormai, risoluta, verso la fine della sua grande avventura; le ansie s'erano placate in attesa di sogno: nelle ore del giorno, nelle veglie della notte non v'era posto che per la creatura che maturava dentro. Sentiva sciogliersi le linfe, fluire dolci e tiepide entro l'essere nuovo.
Le stagioni s'erano susseguite l'una all'altra.
Sentiva inoltrarsi la terza stagione: i venti portavano nella stanza odori di erbe; dagli alberi sotto la finestra, al mattino, pi frequenti erano gli accordi dei passeri, e sui rami, le gemme, s'ergevano, diritte, in ascolto: come orecchi di scoiattoli.
Un mattino la levatrice disse che sarebbe tornata a vedere la "mammina" in giornata ed era ritornata dopo poche ore. "Siamo vicini" aveva detto e la casa si era riempita di fasce, di pannolini, di flaconi.
Ma il giorno era passato ed anche la notte ed i "dolori" non erano venuti.
Al mattino egli era andato al lavoro: "Avvisatemi" aveva raccomandato prima di uscire; aveva baciato la moglie: "Coraggio" le aveva soffiato all'orecchio. La moglie lo aveva guardato negli occhi ed aveva sorriso: un sorriso pieno di mestizia; poi aveva detto: "Stai tranquillo."
Lungo le strade aveva acquistato il giornale; lo sguardo era scivolato verso l'angolo noto: "Morti, trenta".
La voce della moglie era affiorata improvvisa: "Se morissi?" o "Un bimbo senza madre." Le parole scavarono abissi.
Aveva raggiunto lo stabilimento, si era unito agli altri impiegati.
I visi degli uomini erano seri, la parola rada come se fosse gi successa una disgrazia.
Cerc di lavorare, ma nelle carte affiorava il viso pallido della moglie e la voce suonava triste: "Stai tranquillo": come un addio.
"Vi cercano." Il fattorino stava diritto davanti a lui.
"Da casa mia?" La gola era secca.
"Credo."
Raggiunse la porta: la donna di servizio era in attesa.
"Cosa c'?"
"Venite subito."
"Vengo." Rientr, torn indietro.
S'avviarono: la donna parlava: "La levatrice, la signora, la madre..." Le parole non avevano calore: un ronzio uguale, e le gambe erano dure.
" a letto?"
"Ha i dolori."
Raggiunsero la casa.
Venne ad aprire la madre.
"Come va?"
Ma l'urlo della moglie lo afferr allo stomaco come "l'allarme."
"Posso vederla?"
"No, no: aspetta"
L'urlo si ripet, la voce non era quella della moglie: aspra, enorme, questa.
La madre rientr nella stanza da letto.
Egli si mosse: i passi risuonarono su e gi per la stanza: di fianco ai suoi sent quelli del fratello maggiore "Va; va fuori." Anche la voce affior dai lontani anni: la faccia del fratello era pallida e dalla stanza vicina veniva l'urlo disumano della cognata. Il fratello andava su e gi per la stanza smarrito, sotto la mazzata degli urli. Quell'urlo era come quello che lo stringeva allo stomaco.
La moglie grid ancora una volta, ma ora il timbro era un altro. I passi nella stanza della moglie risuonarono ancora; poi altri rumori. Infine la porta si apr e la levatrice sciolse l'angoscia:
"Potete entrare" e sorrise.
Si precipit.
"Una bambina, una bambina che  un amore." La madre gli present la piccina come un dono.
Le sue mani si tesero: la figlia si agit: un bocciolo di rosa; due manine tenere, fragili. Le sue mani erano larghe, nere, vicino a quelle della creatura. La paura di farle male lo strinse. Avvicin il visino alle labbra: la creatura strill.
"Oh no, non piangere." Il grido della bimba aveva acceso una pena nuova: "Ma sono il tuo pap" e le parole rimasero chiuse. S'avvicin al letto: pos la creatura accanto alla mamma; sost: la guancia accostata a quella della moglie:
"Sei contento?" Una carezza la voce della moglie.
"Tanto." E s'alz per evitare che con le parole sgorgassero anche le lacrime.
La voce di sua madre risuon dalla finestra della stanza di fianco:
"S,  nata una bambina." Parlava con la vicina, la madre.
S'appress alla finestra: dall'alto scendeva l'azzurro. Le foglie degli alberi, sotto la finestra, si muovevano come ali. Rondini sfrecciavano contro il cielo nuovo: la pace era scesa dentro di lui, dilagava attorno a lui.
Gli uomini, le lotte, i dolori: lontani, disciolti, dileguati: un giardino il mondo, con fiori, trine d'ombra, rami di sole, dove giocavano bimbi; un mondo che non doveva, non poteva essere che buono, ora che era nata e doveva viverci la sua bambina.
La madre, la levatrice rientrarono nella stanza: i loro passi erano leggeri come se avessero le scarpe felpate.
Lo sguardo della moglie si pos sulle sue spalle come un richiamo.
Si volt: le due donne stavano accostando la bambina al petto della moglie. Le mani della piccina annaspavano.
Il seno della moglie illuminava la stanza come una lampada.
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Fine.
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3. I due soldati.
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L'uomo volt la testa verso la massa che gli stava vicino.
"Di'."
La massa non si mosse.
"Di dove sei?"
"Di Girgenti."
"Girgenti hai detto?"
"S: Sicilia."
"Dev'essere lontano: no?"
"Eh."
La notte era salita dalla terra. Il silenzio era intento ad ascoltare la voce degli uomini.
La voce riprese:
"Ti chiami?"
"Calogero."
"Calogero; io Alessio."
"Sei di queste parti tu?"
"Direi: ma ci vorrebbe un giorno per arrivare a casa mia."
"Paese?"
"Gi."
"Anch'io."
S'accost al compagno: il caldo della spalla sal lungo il suo braccio disteso.
"Un po' di freddo; no?"
"Gi."
"Io ci sono abituato."
Il cielo era buio. Li pianura chiusa nella notte. I grilli risposero. Tacquero.
Ricominci Alessio:
"Devono essere belli i tuoi posti."
"S; molto belli."
"Hai moglie?"
"Gi: e tre bambini."
"Io due: grandi cos." Ed alz appena la mano dal suolo.
Cominci ancora Alessio:
"Raccontami."
"Di che?"
"Della tua terra."
"Ti dir dei mandorli."
"Anche."
"Quando ero ragazzo credevo che i fiori fossero gli occhi dei mandorli. Me ne stavo, a volte, a guardarli ed avevo il cuore fermo. Pensavo che una volta o l'altra avrebbero parlato i mandorli."
Tacque: dentro s'era aperto l'azzurro e tra le rame fiorite nascevano voci di passeri.
Anche Alessio taceva; egli era approdato alla sua isba: i meli alzavano alti sui tronchi i candelabri; poi di l, appena dopo la siepe, si apriva la steppa fiorita: un mare, la steppa.
Ora tornava a parlare Calogero:
"Quando si staccano i fiori, i rami si vestono di giovane verde. Il grano, allora,  maturo per la sarchiatura."
"Viene alto il grano da voi?"
"Quanto un uomo. Quando si traversano i campi  come a nuotare: bracciate a dritta, a manca."
Tace: i campi si allargano dentro e le spighe ondeggiano al vento.
Riprende Alessio:
"Quando tira il levante la steppa  un mare di armenti. Le masse delle spighe si muovono come a cercare una strada. La notte  pi fonda d'attorno. Il canto dei grilli si  spento."
"Sei coperto?"
"S; ho il cappotto."
"Senti freddo?"
"Se non fosse per questa gamba."
Alessio aveva cercato la mano del compagno. Ora la teneva nella sua.
"Passer, anche per me passer."
Le mani erano tiepide: il calore veniva dai loro cuori e la notte stava attorno, solo intorno.
"Noi usiamo la falce, laggi."
"La terra  asciutta?"
"Nelle piane, a volte, si spacca per l'arsura. Vi sono tante colline per."
"Noi abbiamo le macchine: passano ed  come se stendessero una collina. Certo, in collina non si potrebbe."
"Per  bello anche da noi: quando cadono nelle braccia le spighe,  come abbracciare la terra."
"Certo: dev'essere bello anche da voi."
Calogero ride:
"Ridi?"
"Cantiamo certe storie quando si trebbia."
"Che cosa?"
"Quando i covoni sono gi disciolti sull'aia si d mano ai cavalli; le zampe affondano e tu dai lo strappo. I petti delle bestie si gonfiano e tu giri nel centro ad incitare 'vola colomba, vola'. I cavalli girano: il manto diventa di seta e tu ci dai la voce 'vola colomba mia.'"
Si ferm: "vola colomba: buffo; no?"
"No invece  bello." La voce di Alessio sal appena dal buio.
"Poi si spaglia, si crivella e si d mano alle bisacce."
Tace Calogero: dentro si  aperta la voce del padre: "in nome di Dio, due, tre" e le bisacce son gonfie di grano.
Poi ricomincia:
"Di'?"
Silenzio.
"Di': mi dai retta?"
Tace Alessio; tace insieme alla notte.
"Lo mangeresti un po' di pane appena sfornato? Noi ci mettiamo l'olio ed il pepe: lo mangeresti?"
Alessio tace; dentro la notte.
"Dormi?" Gli solleva la mano.
La mano posa nella sua.
Nel buio anche la neve  nera;  incominciata a cadere; nera: cade nera come la notte.
"Come  freddo." Calogero stringe la mano: il freddo sale nel suo braccio, s'allunga nel suo corpo e la notte scende con la neve: nera con la neve.
"Mi senti?"
Ma Alessio non parla: forse non aveva parlato nemmeno prima. Nemmeno Calogero aveva parlato. Ma quelle cose se l'erano dette i due soldati, morti l'uno vicino all'altro nella gran notte della steppa russa.
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Fine.
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4. Il saluto.
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Le reclute stavano insaccate dentro le tenute di tela. Nel muoversi i pantaloni frusciavano come se le reclute attraversassero campi di stoppie.
Le scarpe stridevano contro il selciato.
"Plotone, alt!"
Il sergente present la truppa, poi diede il riposo.
"Tu" l'indice dell'ufficiale si punt contro il soldato.
La recluta si raddrizz: il collo rientr fra le spalle; le gobbe dei pantaloni attorno alle ginocchia si distesero.
L'ordine tard a venire. Gli occhi del sergente frugavano il soldato. Il sangue afflu alla faccia e gli occhi vibrarono come in attesa dello scoppio.
L'ufficiale fece due, tre passi; alz il braccio: la catenella tinn e la mano inguantata si agit in un gesto d'invito: "Presentati e saluta; svelto."
La recluta si stacc dalla fila: i pantaloni frusciarono, i tacchi batterono l'un contro l'altro e la mano si port contro l'orlo della bustina.
"Male, male." Gli stivali erano lucidi; i tacchi zapparono contro il suolo e gli speroni tinnirono.
La recluta era inchiodata. La mano sinistra era affondata lungo la cucitura del pantalone. Le dita della destra erano bianche.
Sul viso del sergente le lentiggini s'erano affollate attorno agli occhi. Qualcuno toss fra le file come per schiarirsi la gola.
Gli stivali rifecero i passi: gli speroni tinnirono, la macchina fotografica si agit sul fianco dell'Ufficiale.
"Non va: torna a rifare."
Il soldato fece dietro front; incespic, si riprese.
"Ora mi cade" e l'ufficiale scosse la testa.
Le parole dell'ufficiale incoraggiarono e qualche risata si accese tra i soldati in fila.
Poi lo sguardo del tenente spense le risate.
Fra i borghesi che si erano fermati a guardare qualcuno rise.
Il tenente port le mani ai fianchi: rifece due, tre piccoli passi all'indietro; guard il soldato; ordin:
"Su!"
La recluta si avanz: la mano si alz; i tacchi batterono; gli occhi implorarono: uno sguardo d'agnello.
"Male: distendi quella mano;  un saluto codesto?"
La recluta tent correggere.
"Male." Gir lo sguardo verso la fila degli occhi: "malissimo, torna a rifare."
Il sergente aveva piantato gli occhi sul soldato, ne cercava lo sguardo, ma la recluta non se n'era accorto; non vedeva.
I borghesi, sui marciapiedi, erano molti: le risate erano cresciute, avevano riempito la sua testa e fra le risate le parole del tenente stavano ferme: "torna a rifare."
I compagni erano lontani: non erano pi alla sua destra, alla sua sinistra; era rimasto solo, col sergente, il tenente, i borghesi che ridevano.
"Su" l'ordine lo sferz.
Si stacc ed avanz: il tenente era alto. "Non ci riesco" le parole scoppiarono dentro.
I tacchi batterono; il braccio si alz fece gomito: il silenzio dilag.
Il braccio sinistro s'era allungato lungo la cucitura del pantalone sinistro; il cuore era affiorato sotto la tela; s'era improvvisamente fermato: in attesa.
"Aprite quella mano:  quello il modo di salutare? Pi aperta, vi dico."
Ma le dita erano appiccicate l'una all'altra ed il braccio era rigido.
"Pi aperta; avete capito?"
Gli stivali erano alti e lucidi e lo sperone tinniva ad ogni passo. Sui fianchi pieni batteva la Kodak. Il viso della recluta era rosso; anche la mano lungo la gamba.
"Come mai non siete capace di aprire quella mano? L'avete inchiodata, paralizzata?"
Le dita urtarono contro la tempia e la mano era bianca.
"Cosa facevate a casa vostra? Non avete mai tenuto un bastone in mano, una zappa? L'avrete aperta, quella mano, l'avrete chiusa."
I borghesi ridevano.
La mano lungo il pantalone era rossa.
"Basta; andate. Restate consegnato."
Il soldato rientr nelle file. La testa ronzava e le persone scuotevano il capo come a disapprovare.
Sent il sergente che gli chiedeva il nome.
"Capecchi" rispose.
Il sergente chiese ancora: "Come vi chiamate?"
Grid: "Capecchi."
Il compagno alla sua destra gli diede una gomitata come a dire: "lascia correre" ma non poteva lui. Continuava a torcere le dita della sua destra come se sentisse la mano veramente colpita.
L'istruzione ebbe termine. Le reclute si ritirarono in caserma.
Quando suon l'adunata per il rancio il compagno del pagliericcio accanto al suo lo invit ad uscire.
"Non ne ho voglia."
"Non fare il fesso" fece l'altro.
Presto gli altri si prepararono per la libera uscita.
La tromba chiam i consegnati e il caporale disse che bisognava svegliarsi, che a lui non garbavano le teste di cocomero e che bisognava aggiornarsi.
Ma lui non ce l'aveva con il caporale: poteva dirle pi grosse, non gliene avrebbe voluto lo stesso.
Gir per il cortile; le mura erano alte; davanti alla corte stava la sentinella.
La camerata era buia e fredda. I pagliericci s'allungavano tutto attorno ed il silenzio pesava sul cuore.
Quando suon la ritirata, era gi sul pagliericcio.
Giunsero i primi compagni, poi la camerata si riemp. Ma lui era solo; le parole del tenente erano rimaste accese dentro e nella sua testa v'era tanta confusione. "L'avete paralizzata?". "Cosa facevate a casa?".
"B, t' passata?" Il soldato del pagliericcio accanto al suo s'era disteso sotto la coperta ed aveva allungato la mano a battere sulla sua spalla.
"T' passata; t' passata; avrei voluto vedere un altro al mio posto. Quei borghesi a ridere. 'Cosa facevate a casa vostra? Aprite quella mano'. Me la sarei tagliata in quel momento: 'Cosa facevate?'"
"Mi sono spidocchiati due sorelle e due fratelli con queste mani. Mio padre  morto quando avevo quattordici anni. Ne ho rivoltata di terra con queste mani. E tutti quei fessi a ridere."
"Ora lascia andare: il tenente l'avr gi dimenticato."
"Pu essere, ma sai come succede."
"Piantala, ora dimmi un po': ce l'hai la ragazza al tuo paese?"
"Ho da pensare a mia madre ed alle mie sorelle, per ora; ho lasciato il grano in piedi quando sono venuto."
"La mia ragazza mi ha scritto stamattina. Sai come  stato?"
Dal cortile salirono le prime note del silenzio.
Il passo del caporale irruppe nella camerata e le voci si spensero.
Quando i passi del caporale morirono fuori lungo il corridoio, il compagno riprese a parlare.
"La prima volta..." ma la recluta era ormai lontana; la mano muoveva svelta la falce e le spighe cadevano nel braccio sinistro. I fratelli raccoglievano le bracciate ed i covoni nascevano fra lo scoppiettio delle stoppie.
Nella camerata, qua e l, altre reclute dormivano tranquille.
...
Fine.
...
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...
5. Una scenata.
...
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...
Pap ama l'ordine: le sue cose hanno ognuna il proprio posto. Le sue ore si sgranano in uguale maniera durante le sue giornate. Mamma  contenta di quell'ordine; ha trovato la maniera di seguirne le sfumature pi delicate. E la vita scorre calma e dolce nel tepore della casa.
Solo il ragazzo mette, di tanto in tanto, nel dolce defluire del tempo, lo scompiglio; una ventata scuote, allora, l'impalcatura e Pap aggrotta la fronte e muove per un po' la testa da destra a sinistra. Crede con ci d'intimidire il ragazzo.
"Non mi vanno gli atti impulsivi. Le ragazzate sono belle ma ci vuole una misura in ogni cosa" a volte si lamenta con mamma. "Dopo tutto  ancora un bambino" osserva mamma. "Gi ma le piante bisogna curarle da giovani se si vuole che vengano col tronco diritto." Per la ruga fra le sopracciglia si scioglie e lo sguardo ritorna sereno.
A tavola si deve essere tutti presenti: non ammette ritardi all'ora dei pasti: "Sono puntuale io; lo possono essere gli altri."
Gli altri, naturalmente, non sono che il ragazzo.
Oggi, nel pomeriggio, il ragazzo  uscito: avrebbe dovuto essere di ritorno da un pezzo. L'ora di cena  vicina e pap presto rientrer. "Se viene suo padre..." Mamma  inquieta. Ogni tanto s'affaccia alla finestra.
Pap  rientrato. Ha posato il cappello; fa un mezzo giro con la testa.
"E il ragazzo?"
"A momenti sar qui."
Momenti ne sono passati parecchi ed il figliuolo non si  fatto vedere.
Pap si  girato e rigirato nel suo studiolo a mettere un po' d'ordine nelle carte; ora legge il giornale, ma la pagina che ha sotto gli occhi  sempre la stessa ed il piede batte, di tratto in tratto, contro il pavimento. L'ora della cena  gi passata. Mamma ha finito di apparecchiare la tavola ed ora entra ed esce dalla cucina, senza una ragione:
" Be', si mangia." Pap ha buttato il giornale sulla sedia e s' alzato. "Quando verr, mi sentir."
Mamma viene dalla cucina e la zuppiera fuma sulla tovaglia bianca.
"Bisogna che metta giudizio."
Il mestolo sprofonda, ritorna colmo; ed il piatto di pap straripa:
"Ma quando  uscito?"
"Poco dopo che te ne sei andato: disse che lo aspettavano i compagni."
"Mezza giornata di passeggio: glieli dar io i compagni, stavolta."
E mostra il palmo della mano.
"Se lo merita." Mamma vorrebbe approvare, ma le parole restano dentro. Prepara il piatto per il ragazzo e lo porta sulla pentola a scaldare. Ritorna a tavola e le posate tornano ad urtare contro i piatti.
La sera infittisce contro la finestra ed i rumori della strada giungono come sfiniti nella stanza.
Il posto del ragazzo  vuoto; il tavolo s' slargato ed il silenzio incomincia a pesare.
" venuta la Giulia" fa mamma.
"Ah, s?" E il discorso muore appena sul nascere.
L'orologio pende lungo il muro. Mamma posa, torna a posare lo sguardo su di esso; ma le lancette si muovono lente.
"Ti va?" Serve una fetta d'arrosto.
"Ma gli sar successo qualche cosa?"
"Cosa vuoi che gli sia successo!" s'affretta a rassicurare mamma; ma il cuore le si  fermato dentro, e le lancette sull'orologio non si muovono pi.
Finalmente un passo sale lungo le scale, si ferma, timido, davanti alla porta, ed il campanello trilla.
"Eccolo!" Mamma fa per alzarsi, ma Pap la ferma.
"No, vado io!" Raggiunge la porta, l'apre.
" questa l'ora di rientrare?"
"Ho fatto tardi con i compagni." Il ragazzo  gi nella stanza; si ferma.
"I compagni, i compagni..." Il discorso a Pap gli s'inceppa e le parole annaspano come se non trovassero la via d'uscita.
Mamma s'affaccia dalla cucina ove si era ritirata per non assistere alla 'scenata'. Gli occhi chiedono come un punto interrogativo.
Il ragazzo  alto davanti alla tavola: le guance sono accese: perline luccicano sulla fronte: la peluria segna di nero la pelle sopra gli angoli della bocca.
"Dove sono andate a finire le tue gambacce?" La voce di Pap riprende improvvisamente schiarita. "Subito a lavarti" ordina infine.
Le gambe del ragazzo si slargano: i pantaloni sbattono contro le caviglie: il rosso delle guance  sconfinato fino alla punta delle orecchie.
Mamma sta davanti all'uscio della cucina. Il ragazzo  scomparso nella stanzetta.
"Ma quando l'hanno portato?"
La voce  nuova e gli occhi sono pi ampi sotto la fronte segnata.
"Il vestito?"
"Gi; il vestito."
"Dopo che sei uscito: l'ha voluto mettere subito."
Pap  gi vicino; allarga le braccia; le chiude intorno ai fianchi di mamma e le parole suonano come una musica all'orecchio.
"Hai visto?  gi un uomo il tuo figliuolo."
"Ma che fai?" Mamma vuole protestare, ma gli occhi sono gi colmi e il cuore  venuto a picchiare sotto la pelle. "Se entra il ragazzo" osserva poi, ma lui s' gi staccato, ha raggiunto la tavola; alza il piatto posa qualcosa sulla tovaglia, ripone il piatto.
"Farai sparecchiare da lui" dice; poi aggiunge: "Quando misi i pantaloni lunghi, mio padre mi diede una lira tutta di spiccioli e volle portarmi a spasso; solo con lui."
"Zitto: viene " avvisa mamma. Va prendere la zuppa, la porta in tavola.
Il ragazzo siede: la testa  bassa ed il mento sfiora quasi il piatto.
Mamma esce ed entra dalla cucina. Pap gira attorno ed attende che il ragazzo scopra le cento lire: ha pronte le parole che dovr dire: "Ma ora ricordati che hai i pantaloni lunghi."
...
Fine.
...
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...
6. Il verdone.
...
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...
Da qualche giorno le nuvole si sono sciolte in acqua ed il cielo ne  rimasto lavato.
L'aria si  fatta pi chiara e per le strade giovani venti portano profumi di erbe.
Sugli alberi, nel giardino di fronte, piccole foglie tremano ed il verde  ancora nuovo. Fiori occhieggiano qua e l, tra le foglie: timidi, come sguardi di bimbi.
Sui peschi sciamano piccole ali di rosa. Sui tetti e fra i rami, fresche voci di passeri si chiamano, chiacchierano, ed il sole  tiepido lungo il giorno: tiepido e dolce.
Ogni mattina la moglie aggancia, al lato dell'imposta, la gabbia col verdone; e l'uccello pigola, salta, guarda, torcendo il piccolo collo lucido.
Il ragazzo, che dorme nella stanzetta a fianco, da qualche giorno si sveglia con le prime luci dell'alba; lo si sente muovere ad ogni momento.
"Stamane si muove, si rimuove pi del solito.
"Giulio."
"Pap."
"Sei sveglio?"
"S."
" ancora presto; dormi!"
Di fuori l'alba batte discreta ai vetri; accende, fra i rami, le voci dei passeri. Il pigolio entra, timido, come la luce.
"Il ragazzo da qualche giorno  irrequieto" lamenta la moglie.
"Non  nulla."
"Non dorme tranquillo."
" la primavera. La cura gli far bene."
Lui si alza, apre le imposte, respira forte; rientra.
L'acqua scorre sul lavabo; i passi vanno, ritornano: la casa ne  tutta riempita.
Poi ritorna presso la moglie:
"Non dimenticare il verdone."
"Ieri mattina son venuti a visitarlo."
"Chi?" chiede lui.
"Due passeri."
"Proprio: due passeri?"
"Credo: giravano e rigiravano intorno alla gabbia."
"Lasciali girare."
Termina di vestirsi.
"Bada che il ragazzo non faccia tardi" raccomanda; poi saluta: "Arrivederci."
"Buon lavoro."
Scende, il portone si richiude. La strada  calma; dai tetti, dagli alberi scendono voci di passeri; ad ali tese due colombi gli vengono incontro, si posano vicini, camminano, pettoruti, lungo il marciapiedi. Le facce delle case sono fresche come appena lavate. Uomini s'avviano e, davanti ai laboratori, operai scherzano, allegri, con i visi riposati, in attesa di iniziare il lavoro. Poi il sole scende fra le case e le saracinesche lacerano il silenzio.
"Il ragazzo  irrequieto." Le parole della moglie tornano a suonare dentro. Sorride, scuote la testa. Il pensiero dell'Ufficio lo prende.
Quando torna a casa, la moglie gli dice:
"Sai, non si pu tenerlo pi" ed accenna alla gabbia.
"Come mai?"
"Tutto stamattina non ha fatto che sbattere contro i fili: sembrava impazzito."
"Ebbene?" chiede lui e guarda il figlio.
Il ragazzo ha gli occhi bassi; in attesa.
"Son venuti a trovarlo parecchie volte e non andavano pi via. E lui a saltellare su e gi nella gabbia. Guarda!" Va a togliere la gabbia dal gancio, la porta vicino. "A momenti resta senza penne."
Il collo del verdone si storce a destra, a sinistra; il velo sale, scende, e l'occhio palpita luminoso.
Piccole piume, leggere come nebbia, si sollevano dalla gabbia; altre, pi grandi, sono sparse sull'acqua rovesciata.
"E tu che dici?"
"Liberiamolo" risponde il figlio e gli occhi guardano calmi.
"Dammi."
La gabbia passa dalle mani della moglie nelle sue. La porta sul balcone. L'uccello salta, le sue ali s'aprono, battono, veloci, come palpebre; s'appressa alla porticina aperta, allarga le ali e spicca il volo: un volo lungo.
Gli occhi del figlio sono grandi sotto la fronte pallida; le guance sono tese.
"Be', ora si mangia" invita lui e s'avvia a sedere.
Lo seguono la moglie, il figlio. I bocconi scendono male e lo sguardo del ragazzo insegue il volo. La gabbia  rimasta su una sedia e il silenzio pesa, come se nella stanza fossero accesi i ceri. Poi il ragazzo passa nella sua cameretta e la moglie tace, come se la pena le avesse cucito le labbra.
Si alza, le si avvicina. La mano carezza le guance:
"Ti rincresce?"
"Ma no. Penso al ragazzo: un giorno o l'altro!"
"Sciocchina; Lui? C' tempo! Oh, lui no!"
La moglie ha gli occhi lucidi, s'avvia verso la cucina. La segue, fino davanti alla porta, poi ritorna indietro. "Vado a rimettere un po' d'ordine." Si muove su e gi, per la stanza.
"Un'et curiosa." Le parole del medico risuonano improvvisamente dentro. Giorni prima aveva accompagnato il ragazzo dal dottore. "Questo ragazzo  distratto, mangia poco." Il dottore aveva fatto la sua visita: "Nulla, nulla; bisogna per aiutarlo in questo periodo: un'et curiosa" ed aveva sorriso.
"Un'et curiosa" le parole si sono fermate vive, come una insegna luminosa: prende e riprende uno, due oggetti e le mani hanno un leggero tremito.
I rumori giungono appena; dall'alto della finestra, la luce piove pallida, come d'autunno.
"Oh, lui no!" Il silenzio per s' fatto immenso e la casa gli sembra gi vuota.
...
Fine.
...
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...
7. La figlia.
...
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...
Sul tardi era cominciato a piovere; una pioggerella leggera; minuta come nebbia. I vetri della finestra s'erano a poco a poco appannati; poi s'erano oscurati del tutto.
Solo allora la madre accese la luce in cucina.
"Avrebbe fatto bene a portare con s il parapioggia, tua sorella."
"Ma  veramente sciupato, mamma; la Giovanna ha ragione." La bimba s'era alzata e s'era avvicinata ai vetri: "Piove appena" fece e ritorn a sedere.
"Bisogna togliersele certe storie dalla testa, mie care. Lo sapete che non si pu."
"Ora non incominciare" protest Graziella; "se poi si bagna peggio per lei."
Si alz, si avvicin alla madre: "Un bacino," e protese il viso in attesa.
"Lasciami, lasciami" fece la madre. Ma la bimba le aveva posto le braccia attorno al collo e ripeteva con gli occhi chiusi: "Uno solo, uno solo."
"Com' pallida, com' pallida" la madre pose le dita sulle tempie della bimba: un tocco lieve, come temesse di farle male; poi si chin a baciarla.
Bussarono alla porta.
" la Giovanna" e Graziella corse ad aprire.
"Ti sei bagnata?" chiese la madre.
"Solo un po'."
Sul palt, sul cappellino la pioggia s'era fermata in mille minutissimi globi.
"Sai mamma, quell'amico del babbo?"
"Il Signor Cella?"
"S, m'ha fermata."
"Ebbene?"
"Avrebbe un posto da commessa; solamente. Le cose non vanno troppo bene, anche a lui."
"Che cosa hai risposto?"
"Che non potevo. Ti pare? Tanto studiare! Anche a volere, come si fa?"
"Giusto. Non bisogna; non bisogna."
"E il babbo?"
"Non ha mandato nulla stasera."
Tacquero. La madre s'avvicin alla finestra a guardare: la pioggia cadeva pi fitta. Le persone nella strada erano rade. Quando giungevano sotto la lampada sembrava s'affrettassero. La pioggia gocciava allora sui loro ombrelli, rimbalzando. Poi, appena fuori del cerchio di luce, perdevano i contorni come disciolti dalla pioggia.
"Si fa tardi" mormor. Si volse a guardare le figliole ed aggiunse pi forte: "Un brutto inverno."
Giovanna aveva disteso il palt su due sedie; poi s'era messa a lavorare attorno al suo giacchetto.
La madre osserv l'orologio sulla credenza e si pose anche lei a fare la maglia.
Il ticchettio dei ferri si un al tic-tac dell'orologio.
Graziella aveva incrociato le braccia sulla tavola, vi aveva appoggiato la testa; s'era a poco a poco addormentata.
La pioggia taceva. Ora doveva essersi levato un po' di vento, poich i vetri vibravano di tanto in tanto e le imposte gemevano.
Quando il padre buss alla porta era molto tardi.
"Come mai?" chiese la moglie.
L'uomo non rispose. Attravers il corridoio, entr in cucina, si lasci cadere su di una sedia.
"Dove sei stato?" chiese ancora la donna.
"Perch?"
"Come perch?  l'ora di rientrare?"
L'uomo aveva gli occhi piccoli, le guance accese.
Guard la bimba addormentata.
"Potevate andare a letto" fece.
"Ma si pu sapere?"
"Cosa, cosa vuoi sapere?" L'uomo s'alz, s'avvicin alla moglie: un passo pesante, incerto. La grossa testa dondol a destra, a sinistra; s'allung sul collo contro il viso bianco della donna.
"Hai bevuto! Perch hai bevuto?" e la moglie si scost per avvicinarsi alla bimba addormentata. "Graziella, Graziella" chiam piano.
Giovanna seguiva i movimenti del padre.
"Mio Dio, mio Dio, s' ubriacato" e le sembr che il cuore le si fosse subitamente fermato.
"Andiamo a letto, cara" la madre carezzava sulla testa la bimba.
L'uomo s'era avvicinato ancora alla moglie:
"Non sono ubriaco. Un bicchiere solo, un bicchiere con gli amici."
La madre si volt a guardarlo: agli angoli degli occhi le s'erano accese due luci.
"La bimba ha mangiato solo un po' di pane, stasera." Ora il pianto scendeva quieto sulle guance magre.
L'uomo ritorn a sedersi.
"Un bicchiere, si sa, un bicchiere." Ripeteva. "Non ho fatto un soldo, anche oggi" e s'avvi per il corridoio.
"Vuoi un po' di pane?" chiese la moglie.
L'uomo non rispose. Era gi nell'altra stanza. Si sent il letto cricchiare sotto il peso del corpo: due, tre volte; poi torn il silenzio.
La madre sollev la bimba sulle braccia; la port nella stanza da letto.
Giovanna segu con lo sguardo la madre. Poco dopo si alz e la raggiunse.
La sorella era gi distesa sotto le coltri.
La poca luce della lampadina illuminava il visino affilato: sotto gli occhi s'erano scavate due ombre profonde.
La madre cercava ora di togliere la giacca al marito.
"Nicola, Nicola." chiamava piano. Ma l'uomo continuava a dormire. "Anche lui, pover'uomo!" La donna, ora, cercava di togliergli le scarpe.
L'uomo s'era rivoltato una, due volte sul fianco ed infine era rimasto supino a dormire.
" gi vecchio, pover'uomo."
I capelli erano grigi sulle tempie; le rughe attorno agli occhi avevano formato come una raggiera.
"Vai a dormire, sarai stanca." disse a Giovanna la madre.
"Buona notte" sussurr la figlia e pass nella cameretta accanto.
Il vento ora soffiava a sbuffi: fra un intervallo e l'altro il silenzio era profondo: come se ogni cosa stesse in attesa.
Il respiro della piccola si percepiva appena. La madre stava ad ascoltarlo. " molto debole questa bambina; bisogna nutrirla bene" il dottore aveva insistito; "bisogna nutrirla bene."
"Mamma" la voce della figlia chiam alla stanza d'accanto.
"Non dormi?"
"Sai cosa ho pensato?"
"Cosa!"
"D'accettarlo quel posto. "
"Ma no, cara, dormi."
"S, mamma, per incominciare: poi si vedr."
"Ne parleremo domani col babbo. Per ora dormi, cara. Dormi."
Il vento fuori s'era calmato. Il suo soffio ora giungeva lieve; come un sospiro.
A poco a poco la madre chiuse gli occhi in un sonno tranquillo.
Nella stanza accanto la ragazza respirava calma.
...
Fine.
...
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8. Il nostro paradiso perduto.
...
....
La nostra casa era composta di sei stanze e una cucina; quattro di esse al primo piano; due, pi piccole, al secondo piano. In queste dormivamo io, mio fratello Giuseppe e le mie sorelle Gina e Ninetta.
Al pianterreno abitava un carrettiere.
La sera l'uomo rientrava dal lavoro, staccava i muli dai carri e li legava a due anelli che pendevano dal muro, ai lati della porta, vicino al nostro portone.
Per rientrare a casa noi facevamo un largo giro attorno ai muli; quando salivano i due scalini di marmo, davanti al portone, gli occhi degli animali ci guardavano: dagli occhi gocciava sempre una lacrima.
Io ero solito sostare per un po' sullo scalino prima di rientrare.
I muli abbassavano gli occhi sulla sacca appesa al collo e continuavano a frugare dentro di essa.
A volte soffiavano con le froge, e paglia, fave, orzo andavano a finire sulla strada. Subito le galline accorrevano a beccare mentre i galli avanzavano pettoruti e restavano ad osservare con gli occhi rossi sotto la cresta accesa. L'uomo, poi, ritirava i muli nella stalla e rovesciava i carri all'indietro: le stanghe, allora, raggiungevano il nostro balcone.
Accanto a me sedeva mio fratello. "Su, ragazzi" la voce della mamma scendeva infine dal balcone e noi rientravamo, mentre le ombre salivano fra le case e le prime stelle sbocciavano, tremule, in cielo.
Presto il fuoco veniva accesso in cucina e la mamma sfaccendava a preparare la cena.
Solo mia sorella Ninetta aiutava, di tanto in tanto, la mamma a pulire la verdura o a soffiare sul fuoco; ma appena il bastone dello zio Francesco batteva i suoi colpi lungo gli scalini, ci raggiungeva nella sala da pranzo e restava in attesa.
Mio zio Francesco arrivava sempre all'ora di cena e se ne andava a sera inoltrata col suo bastone e col suo scialle nero sulle spalle magre.
"Zio Ciccio, raccontaci una favola." "Stasera non mi sento." Ma era ogni sera cos: "Stasera non mi sento" e poi il racconto si sgranava pieno di fascino e di imprevisti.
"Loro restarono felici e contenti e noi qui senza far niente." Quando chiudeva il suo racconto mio zio, la tavola era gi apparecchiata e sulla tovaglia fumavano i piatti con la verdura.
"Mangi un boccone con noi?" mia madre invitava il fratello. "Ho gi mangiato."
Noi sapevamo che non era vero, perch mio zio era sempre malato e non lavorava mai.
"Vuoi un po' di pasta di oggi?" La voce di mia madre veniva dalla cucina insieme con lo scoppiettio dell'olio nella padella.
Mio zio continuava ad aggiustarsi lo scialle sulle spalle finch mio padre, levati gli occhi dalle pagine del suo librone, finiva per invitare: "Via; resta ancora un po'."
Solo allora mio zio ritoglieva lo scialle, ma gli occhi restavano tristi e miti; uno sguardo velato di lacrime; come quello dei muli legati vicino al portone.
Dopo cena i discorsi si riaccendevano fra gli anziani.
Spesso veniva qualche nostro parente o qualche amico e le loro ore passavano in conversazioni sugli avvenimenti in paese.
" morta la mula di massaro Calogero" uno a dare la notizia. "Pover'uomo" gli altri a compassionare.
Noi correvamo dietro ai principi e alle principesse ed i racconti, pi tardi, continuavano a svolgersi nei nostri sogni.
A volte, nella notte, mi svegliava l'abbaio di un cane.
Minuti rumori venivano da ogni parte; sussurri e sospiri che mi tenevano con gli occhi spalancati e col cuore in tumulto.
Sentivo muoversi mio fratello nel lettino vicino e sapevo, a volte, che anche lui era sveglio, ma la bocca restava chiusa e l'orecchio era teso a raccogliere fruscii di vesti e passi felpati di esseri invisibili. Infine l'alba filtrava la sua luce timida attraverso le fessure delle imposte e dalle tegole scendevano i primi pigolii.
Il sonno a poco a poco tornava a chiudermi gli occhi.
Quando il lattaio bussava al portone, mio padre era gi in giro per il paese con uomini e carri a caricare liquirizia, sansa, carrube.
Le capre salivano le scale assieme al lattaio ed il suono dei campani giungeva fino a noi.
Mia sorella Ninetta,veniva dalla stanzetta accanto ad aprire la finestra e la campagna entrava a farci compagnia: i mandorli, sul Poggio rotondo, levavano in alto i rami fioriti e sotto ad essi si stendeva il tappeto di tenero verde.
La giornata passava fra scuola e casa e presto nasceva la sera.
I contadini tornavano dai campi; lo zoccolio degli animali riempiva la strada.
Qua e l brillavano lumi e le ombre, nelle case dei poveri, ballavano al lume delle lampade ad olio.
I muli restavano a zappare davanti alle porte e gli uomini tuffavano le facce nei larghi piatti di minestra.
Il bastone di mio zio saliva le scale alla solita ora ed il fuoco brillava in cucina fra lo scoppiettare dei rami secchi di mandorlo e di olivo.
Una sera alcuni miei parenti vennero a casa prima di cena e parlarono con mio padre. Anche mio zio si un a loro.
"Domani bisogna stare a casa" ci disse infine la mamma.
Noi contenti di non andare a scuola non chiedemmo nemmeno il perch non si dovesse uscire.
L'indomani, per la strada, tanti uomini sfilarono con zappe e badili sulle spalle: erano molti e gridavano: "Pane e lavoro"; "vogliamo pane e lavoro."
Pioveva e l'acqua cadeva sugli uomini e le voci giungevano come venissero da lontano. "Pane e lavoro."
Dietro agli uomini camminavano il maresciallo ed i carabinieri.
"Bisogna fare qualche cosa; bisogna fare qualche cosa" diceva mio padre a mia madre.
Poi mio padre usc e torn con due uomini ai quali consegn un sacco di farina. Sul sacco, prima che uno dei due uomini se lo caricasse sulle spalle, pose un telo cerato.
Mio fratello aveva tagliato nel legno alcuni burattini e le mie sorelle, con alcuni pezzetti di stoffa, vestirono i burattini.
Nel pomeriggio ci divertimmo a fare il teatrino.
Quando la sera mio zio venne da noi disse che i dimostranti avevano dato l'assalto ad un forno e che erano stati arrestati i "caporioni".
Mio padre lasci il suo libro sul tavolo e fece, su e gi, alcuni passi nella stanza: quando passeggiava cos voleva dire che le cose non andavano come desiderava lui.
"Ci vuole altro" fin col dire e chiuse il libro che parlava di stelle e di comete.
Noi eravamo contenti che avevano arrestato i "caporioni" e pregammo lo zio che raccontasse la favola dell'uccello verde.
A volte le nuvole s'addensavano sulla casa, i fulmini accendevano la miccia ed i tuoni rotolavano sopra le nuvole: poi l'acqua scrosciava sui muri, sui tetti, contro i vetri delle nostre finestre.
Quando i tuoni migravano dietro al colle e le nuvole diradavano, io e mio fratello correvamo a varare le barche di carta nel fiume della strada.
Tutti i ragazzi del paese facevano barchette. Alcuni camminavano in mezzo all'acqua coi piedi scalzi, ed io restavo a guardarli pieno d'ammirazione. Spesso l'acqua entrava nelle case a pianterreno e le donne gridavano come matte.
Quando sul colle i mandorli perdevano i fiori ed il verde saliva su per i rami, per le strade sciamavano venti odorosi di erbe e nel cielo sfrecciavano le prime rondini.
I discorsi cadevano sulla prossima villeggiatura e gli occhi di mio padre brillavano di una luce nuova.
"Un lembo di paradiso." Quando mio padre parlava della nostra terra diceva che dalla nostra casetta sul colle, ognuno poteva godersi "un lembo di paradiso". Mio padre amava molto la nostra campagna: nei mesi di marzo e di aprile, quando al paese per lui non v'era niente da fare, si recava spesso in campagna; qualche volta ci conduceva anche me.
Gli alberi facevano ala ai lati della strada ed allungavano, al di sopra dei muretti, i rami carichi di verde.
Quando la trazzera sfociava tra i campi di grano, la nostra casetta si affacciava, bianca, sul colle e i mandorli ci venivano incontro: ne distinguevamo a poco a poco i tronchi, i rami.
La cavalla imboccava la viottola ed affrettava il passo.
Arrivati alla nostra terra, mio padre faceva girare la cavalla intorno a qualche mandorlo ed esaminava alcuni rami.
A volte restava pensoso con un ramoscello di mandorlo fra le dita.
Quando ritornavamo a casa, diceva a mia "madre: "Il gelo ha bruciato le mandorle". Si chiudeva nel suo studio e la mamma raccomandava a noi di non fare i diavoli.
Mio fratello Giuseppe veniva mandato spesso insieme con i carrettieri alla stazione.
"Sorvegliavo gli uomini" diceva quando ritornava ed era molto orgoglioso di questo suo incarico.
Mio padre aveva detto che Giuseppe l'avrebbe aiutato nel commercio.
Agli ultimi di maggio in casa cominciavano a farsi i preparativi per la villeggiatura e noi eravamo tutti in subbuglio.
Anche mio zio veniva con noi in campagna: "Un uomo  sempre bene che ci sia" aveva detto una volta mio padre.
Egli ogni mattino sarebbe rientrato al paese per il suo lavoro ed era bene che noi si avesse la compagnia di mio zio.
La partenza avveniva, ogni anno, sul nascere dell'alba.
Il carro era alto di materassi, di sacchi e di oggetti diversi e noi sopra i materassi.
Guidava il carro mio zio, mentre mio padre cavalcava a fianco del carro.
Gli alberi erano chiusi nel silenzio. Solo qua e l, da uno o da un altro ramo, veniva un sussurro; come se le foglie respirassero.
Calamita, il nostro cane, si lanciava, di tanto in tanto, dentro i campi di grano ed allora un'ala si levava per ricadere lontana. Calamita dava due altri balzi e le ali ritornavano in alto.
Poi, d'un tratto, il cane ritornava vicino al carro e levava i suoi occhi buoni verso mio padre, come a chiedere.
Dai campi si alzavano larghi sospiri. Qua e l si accendevano le voci dei passeri. Poi la nostra casetta, sul colle, si levava bianca tra i mandorli e ci veniva incontro.
Stavamo fino a settembre in campagna. Mio padre ogni mattina tornava al paese col carro e la mula, e ritornava al tramonto.
Noi sul tramonto stavamo davanti alla casetta ad aspettarlo.
A volte, dalla lontana trazzera, ci raggiungeva il suo canto:
"Venite all'agile
barchetta mia.
Santa Lucia
Santa Lucia".
Non conosceva altro motivo mio padre, ma era per farsi sentire che arrivava. E noi a dargli la voce.
Le giornate passavano e noi crescevamo fra i campi di grano e sotto gli alberi: ogni giorno gli alberi, i campi, la luce, entravano sempre pi in noi e il paese era sempre pi lontano.
Mio zio non raccontava pi le sue favole; lo sentivo parlare da solo. "Parla agli alberi" diceva mia sorella Ninetta ed io credevo veramente agli alberi. Le favole dei fiori, degli uccelli, del cielo si svolgevano attorno a noi: la fiamma dei papaveri era accesa fra le alte spighe; le spighe sussurravano fra loro avvicinando l'una alle altre la testa in ondeggiamenti e motivi di danza; i passeri si svegliavano alla luce dell'alba ed i richiami e gli inviti venivano scambiati da un albero all'altro, poi volavano a frotte, si scioglievano in gruppi pi piccoli, sparivano fra i campi, nelle siepi e non restava che il loro canto sotto al sole.
Il cielo era di perla, all'alba; poi rosso, azzurro, grigio, di velluto: e sbocciavano prati di stelle. I fichi maturavano per noi; le pesche erano gialle e rosa: per noi; le pere profumate: per noi.
Il sole s'attardava sempre pi sui campi; le spighe erano gi rigide e gialle e venivano i mietitori.
Le falci brillavano come sciabole e le spighe cadevano. Ciuffi di stoppie graffiavano inaspriti ed il sole covava sulle nuche degli uomini nidi di sudore.
Gli uomini mietevano e la camicia di mio zio era bianca al sole.
Mio zio sorvegliava i mietitori e la sera, quando gli uomini cadevano a dormire, tirava, seduto sotto l'ulivo davanti alla casetta, dalla sua pipa, larghe boccate di fumo.
Non raccontava pi favole: mio fratello aveva inventato una vera trappola per i passeri; mia sorella Ninetta aveva costruito una stanzetta dentro al tronco del carrubo; mia sorella Gina aveva scoperto che quattro formiche tiravano una briciola mentre un'altra, sul pane, dirigeva i lavori ed io avevo visto due serpenti veri alzarsi diritti sulla coda, sulla spianata davanti alla casetta.
Mio zio aveva tirato su di essi un colpo di fucile ed i serpenti erano fuggiti. "Sono andati a morire in qualche buca" aveva detto mio zio, e mia madre mi aveva fatto bere un bicchiere d'acqua.
Era inutile che raccontasse le sue favole mio zio: mio padre una sera era arrivato pi tardi del solito: avevamo sentito il macinio delle ruote ed eravamo andati fino alla siepe ad incontrarlo.
"Come mai?"
"Ho fatto tardi."
Ma poi aveva raccontato che due uomini avevano spianato i fucili da dietro la siepe nella trazzera.
"Mani in alto."
Aveva sollevato le mani.
"Il vostro nome?"
"Zagarrio."
"Tirate avanti."
E lui aveva dato una strattina alle redini.
"Faresti bene a venire al tramonto" aveva detto mia madre; ma mio padre aveva scrollato le spalle.
"Non cercano me."
Noi avevano visto che mio padre, prima di sedere a tavola, aveva tirato dalla tasca la rivoltella e l'aveva rimessa nel fodero.
Partivano i mietitori e l'aia era liscia e pulita. Poi venivano portati i covoni: le coppie dei muli zampavano dentro la massa delle spighe; il contadino cantava e girava su se stesso con le redini in mano.
"Vola colomba" "Come posso volare che non ho le ali? Le ali me le tagli la mia padrona" l'uomo cantava.
Il sudore colava dalla sua fronte e la pelle degli animali era di raso.
Poi la paglia s'innalzava in soffici onde attorno all'aia e le pale ammucchiavano il grano.
Gli occhi, allora, erano lucidi e le guance accese.
La terra ardeva: scoppiettii improvvisi si levavano dai ciuffi di stoppie; le cicale limavano il silenzio ed i mandorli, esausti, aspettavano i battitori.
Poi il silenzio pesava sulla terra e larghe fenditure si aprivano fra i ciuffi di stoppie. Il verde si era rifugiato tutto sul grande carrubo; i mandorli, fermi e spogli, restavano in attesa delle prime piogge.
Il paese, allora, ritornava nei discorsi della mamma. Noi eravamo contenti di rivedere la casa. Gli occhi di mio zio ritornavano piccoli e tristi. Il carrubo restava alto e scuro come un tempio e noi lo salutavamo da lontano.
Il paese a poco a poco avanzava in fondo alla trazzera e le prime case ci venivano incontro; come vecchi amici.
Poi la nostra casa ci riprendeva e la campagna era gi solo un ricordo. La strada era piena di carri e mio padre era sempre in mezzo ai mediatori: il magazzino era pieno di sacchi di mandorle e mio fratello accompagnava pi spesso i carri alla stazione.
Mia sorella Ninetta aveva indossato un vestito nuovo e la gonna scendeva a coprire i ginocchi. "Non sei pi bambina", aveva detto mia madre. Mia sorella continu a giocare con noi.
Mio zio per qualche settimana non si faceva vivo, poi con le prime piogge tornava a farsi vedere; di sera. A volte mia madre diceva, quando eravamo seduti a tavola per il pranzo, che non aveva fame e parte delle sue cose sparivano nel cassetto.
Mio padre brontolava perch mia madre diceva di non aver appetito.
Poi io e mia sorella ricominciavamo a frequentare le scuole. Il vento ritornava ad abitare in paese e spesso urlava all'angolo della strada.
I racconti di mio zio tornavano ad accendere le nostre guance ed i nostri occhi.
Quando si avvicinava Natale in un angolo della stanza da pranzo nascevano rami d'arancio e le arance pendevano dai rami.
Veniva l'uomo con la cornamusa ed il suono riempiva la stanza.
"Venne un altro pastorello" un ragazzo cantava, e l'uomo soffiava nella pelle con le guance piene e gli occhi grossi.
Dalle case, a pianterreno, venivano i bambini e le donne, e mio padre si toglieva gli occhiali e smetteva di leggere il suo Flammarion.
Poi la cornamusa si afflosciava con un lamento e l'uomo ed il ragazzo bevevano un bicchiere di vino.
La sera appresso tornavano: quando la truppa dei bimbi e dei suonatori irrompevano nella stanza, le candeline erano gi accese.
"Venne un altro pastorello..."
La Madonna col Figliuolo era dentro la capanna e v'erano il bue e l'asinello; ed in cielo brillava la stella che guidava i Magi. "Port una forma di ricotta / in omaggio alla regina." I pastori nel presepe camminavano portandosi dietro le pecore e sulle spalle l'agnellino da donare alla Madonna e l'uomo della cornamusa tirava un largo sospiro a riempirsi il petto; poi le zampogne riempivano la casa e la fronte di San Giuseppe si spianava: anche mio padre, allora, sorrideva nel suo angolo di tavolo.
La vigilia di Natale nasceva, infine, il Bambino Ges e la nostra famiglia tutta riunita in casa nostra, faceva la "cena".
Mio zio, allora, aveva gi il suo posto fissato, fra tutti gli altri parenti, a tavola; c'era il nome in un rettangolino di carta sul piatto e mia madre aveva gli occhi pieni di luce e le guance accese.
Sul dorso della terra nasceva la tenera peluria del grano; nuvoloni si scioglievano in pioggia. Il paese era sempre zuppo di acqua ed il fango cresceva per le strade.
" stato ucciso un uomo." Un giorno qualcuno grid la notizia e la strada si riemp di passi.
Quando sentimmo l'urlo della vedova io e mio fratello corremmo dietro agli altri.
L'uomo era disteso sopra un materasso davanti alla porta. La donna non aveva pi lacrime: continuava a dondolare la testa sulle spalle magre.
Il torso dell'uomo era nudo; sul petto, a sinistra, aveva un piccolo buco da dove era entrata la morte.
"Come  bianco" dissi io a mio fratello: mi sembrava impossibile che quell'uomo, col viso bruciato e segnato dal tempo e dal sole, avesse un torso cos bianco.
I pantaloni erano tutti rattoppati e stretti ai fianchi da una cinghia di cuoio.
"Per un pezzo di terra due famiglie distrutte" disse pi tardi mia madre parlando con mio zio.
Mi sono ricordato, allora, che alle scarpe dell'ucciso erano attaccati grumi di terra scura. Ma mio padre disse a mio zio che il frumento prometteva bene, che la terra aveva bevuto tanta acqua, che bisognava ingaggiare gli uomini per la sarchiatura e la casa e i pensieri si riempirono di verde e di campi.
Le giornate diventavano pi chiare ed il vento scioglieva e adunava mandrie di nuvolette. Davanti alle porte, gi nella strada, ricomparivano bambini a giocare.
Sotto il nostro balcone solo un carro era rimasto con le gambe all'ins. Il padrone aveva venduto i muli ed era andato a far quattrini in America. Noi da tempo non avevamo guardato pi i muli perch avevano schiacciato sotto le ruote il nostro cane.
Le violacciocche ed i garofani fiorivano nei vasi, sui balconi e sulle frittate nei piatti delle tavole di S. Giuseppe.
Nel giorno del Santo i gruppi di Ges, Giuseppe e Maria giravano per le vie del paese con la cornamusa gonfia di suoni dietro a loro.
Le tavole erano apparecchiate e i padroni servivano con le loro mani i "tre poveri" vestiti da santi.
Quando le tavole preparate erano molte, da ogni strada passavano "S. Giuseppi" con lunghe barbe bianche e bastoni fioriti e Madonne e Ges bambini, con camici azzurri, e noi li seguivamo, con la testa piena degli urli e dei lamenti della cornamusa, fino alla casa dove era imbandita la tavola.
I piatti erano posati su tovaglie candide, ricamate, ed in mezzo alle frittate, ai dolci, alle pietanze erano piantati ramoscelli di violacciocche e garofani rossi e bianchi.
Ritornavano ali e foglie sugli alberi. La Pasqua portava stendardi e drappi per le strade, il tamburo bussava coi suoi colpi al nostro petto e gli spari dei mortaretti riempivano le strade.
San Michele annunziava alla Madonna che suo figlio era risorto e la Madonna, chiusa nel suo manto nero, non ci credeva: noi eravamo in trepidazione perch la Madonna non ci credeva.
Il tamburo urlava i suoi colpi; i colpi rimbalzavano come palle dietro i portatori con S. Michele.
"Largo, largo." Le ali del Santo si muovevano pronte per il volo; la spada brillava in alto, il piede continuava a schiacciare la testa del drago.
"Largo, largo." La statua era leggera sulle spalle dei portatori, il tamburo sparava i suoi mortaretti, gli stendardi barcollavano, si alzavano, diritti, attraversavano il tratto di strada, in equilibrio; sulla fronte, sul pugno, sulla spalla degli equilibristi.
Ges aspettava all'altra estremit, col volto lucido e le dita alzate a benedire.
"Largo, largo." San Michele tornava a dare la notizia alla Madonna e infine la Madonna ci credeva: il manto nero cadeva dalle sue spalle, l'azzurro del cielo scendeva, si raccoglieva su quell'altro che le restava addosso.
L'incontro fra madre e figlio strappava lacrime alle donne.
La campagna era adorna come una sposa.
Le rondini beccavano nei prati d'azzurro; il paese era chiaro di sole ed i nostri pensieri odoravano d'erbe e di fiori.
La donna, sotto casa nostra, si vest di nero ed il carro fu tolto di sotto al nostro balcone. Noi cominciavamo a preparare le nostre cose per la villeggiatura.
Mio padre tornava a cantare il suo motivo lungo la trazzera e noi a ripeterne in coro il ritornello, davanti alla casetta, sul colle, mentre le colline cadevano nella sera e le prime stelle s'aprivano nelle praterie del cielo.
Poi venivano i mietitori e le spighe cadevano; venivano gli abbacchiatori e le mandorle riempivano i sacchi.
Lunghe teorie di muli sfilavano per le trazzere e le bisacce, ricolme, pendevano dai lati.
I nidi delle rondini pendevano senza voci dai cornicioni; mio zio tornava a raccontare favole; le arance rifiorivano per la novena; le cornamuse giravano gonfie e rumorose per il paese; infine il tempo spazzava l'anno, come una foglia secca.
La veste di mia sorella Ninetta era sempre pi lunga ed i tacchi delle scarpe erano alti. Mio fratello aveva indossato i pantaloni lunghi ed una sera, prima di andare a letto, chiusi nella nostra cameretta, accese una sigaretta.
"La fumi?"
"Certo che la fumo."
"Mi fai provare?"
"Non sei buono."
"S che lo sono."
Mio fratello tirava larghe boccate di fumo che poi soffiava in alto verso il soffitto. Quando mi fece provare, gli occhi mi si riempirono di lacrime ed il fumo mi fece scoppiare la tosse.
"Te lo dicevo io" fece mio fratello e fin di fumare la sigaretta proprio come un uomo.
Un giorno venne a casa nostra una famiglia di conoscenti.
"Andate nell'altra stanza, ragazzi" ci disse la mamma. Poi fu chiamata solo mia sorella Ninetta. Quando ritorn fra noi aveva il viso di fiamma. "Hanno chiesto la mia mano" disse e se ne and a guardare dietro ai vetri della finestra.
Noi restammo un po' a guardarci, poi ci mettemmo a ridere.
"Io lo sapevo " disse mio fratello.
"Lo hai visto?" chiese mia sorella Gina.
"Ma s: guarda sempre all'ins quando passa per la strada."
Noi tornammo a ridere ed a scherzare, ma mia sorella Ninetta per tutta la sera non disse una parola.
Dopo qualche giorno babbo e mamma vennero col "fidanzato" e poi veniva solo il fidanzato a "fare visita".
Stava seduto vicino a mia sorella e qualche volta parlava delle sue terre, dei contadini che bisognava sorvegliare, della casa che avrebbe fatto fabbricare e di tante altre cose che a noi non facevano alcuna meraviglia.
Quando stava seduto teneva una mano di mia sorella nelle sue.
Mia madre stava seduta vicina a loro e mio padre continuava a leggere nei suoi libri.
Una sera si tenne a casa nostra una festa da ballo. Vi furono degli invitati e tutti fecero qualche ballo.
Mentre ballava, il fidanzato baci sulla guancia mia sorella. Io e mia sorella Gina ce ne accorgemmo e restammo col fiato in gola. Quando il fidanzato e gli altri andarono via, noi raccontammo il fatto alla mamma.
"Certo che non sta bene quello che hanno fatto" disse la mamma "ma domenica si sposeranno."
Le nozze furono celebrate, e quando le coppie si recarono al municipio le vesti delle donne frusciavano come fossero di carta.
Mia sorella era vestita tutta di bianco ed aveva i fiori d'arancio veri ed una nuvola di veli attorno alla testa.
Gli uomini erano tutti vestiti di nero ed avevano le scarpe lucide ai piedi.
Quando ritornarono dalla chiesa, tutti i ragazzi, gi nella strada, gridavano che volevano i confetti e mia zia gett dal balcone manciate di confetti.
Io avevo le tasche piene di dolci e di confetti.
"Una bella coppia; una bella coppia." Gli invitati commentavano e noi eravamo contenti che a tutti gli invitati fossero piaciuti tanto gli sposini.
"Sembra una colomba la Ninetta" disse un amico a mia madre; "proprio una colomba." E mia madre aveva gli occhi accesi agli angoli. Poi vennero i carrozzini e le carrozze; e le fruste scoppiavano nella strada.
Gli invitati bevevano rosolio e facevano i brindisi.
I dolci passavano e ripassavano davanti a tutti e vidi qualche invitato che ne prendeva proprio dei pugni e se li riponeva in tasca; ma ce n'erano sempre dei vassoi pieni.
"Bisogna prendere il treno" disse il padre dello sposo; la voce cadde come pietra fra piccioni ed ognuno s'affrett a cercare le proprie cose.
Si riempirono i carrozzini e le carrozze e le mani si agitarono a salutare. Mia madre rest al balcone ed il suo viso era bianco: le braccia restarono lungo il corpo.
Gli altri agitavano fazzoletti.
Alla stazione tutti abbracciarono gli sposi. "Buon viaggio." "Divertitevi." Ognuno volle dire qualche cosa.
Poi le mani si agitarono; la macchina sbuff, s'avvi. Vidi gli occhi di mia sorella pieni di lacrime. Pensai che anch'io ai primi di ottobre sarei partito per andare a frequentare il primo ginnasio.
Quando il treno spar allo svolto, ci accorgemmo di essere soli: le voci s'erano spente e gli occhi inseguivano i pensieri.
Ritornammo sui carrozzini ed i cavalli si mossero.
"Ai miei tempi gli sposi restavano al paese" il padre dello sposo cominci, ma presto tacque e non rest che lo zampare dei cavalli.
Quando giungemmo a casa gli invitati che erano prima rimasti non c'erano pi.
Mio padre, con altri parenti, riport i cavalli ed i carrozzini ai proprietari.
"Sono partiti" dissi io.
"Ho perduta la mia ragazza!" E mia madre scoppi a piangere.
Anche mio fratello ed anche mia sorella.
Improvvisamente mi ero accorto che la piena del pianto s'era accumulata dentro, da tempo, da tanto tempo; ed ora veniva fuori.
"Che diavolo?" Poco dopo giunse mio padre e ci trov a piangere.
"Che diavolo succede?" chiese.
"Ho perduta la mia ragazza" fece ancora mia madre.
"Ma non  morto nessuno dei figlioli."
Ma noi piangevano forte.
Mia madre aveva perduto la sua ragazza; io piangevo perch mio zio era sempre malato ed aspettava ogni sera che mia madre gli desse qualche cosa da mangiare, perch non poteva lavorare; piangevo perch i contadini avevano dato l'assalto ai forni ed erano stati arrestati; perch il gelo bruciava i mandorli sugli alberi; perch San Michele Arcangelo e gli altri Santi erano di cera e non avevano fatto nulla quando il carro aveva schiacciato Calamita; perch i fiori morivano e perch era morto in America il nostro vicino che era andato per "fare quattrini"; ed era morto il contadino che aveva il petto bianco e le scarpe con la terra scura ancora attaccata alle suole.
Anche mio fratello, anche mia sorella piangevano per tutto questo.
Mia madre diceva che aveva perduta la ragazza e piangeva. Noi piangevamo perch avevamo perduto il paradiso della nostra fanciullezza.
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Fine.
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9. I contadini hanno riacceso le fiaccole.
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Gli anni passano: qualcuno  caduto: foglie che il tempo segna con la sua presenza continua, inesorabile. Poi viene il vento e le strappa via.
Mio fratello mi scrive spesso di lui, dei suoi figli, dei nostri fratelli. Il grigio dei suoi capelli lo vedo crescere, imbiancare.
"...mio figlio ha preso la laurea..." "...Ho venduto la terra dei miei..." " rinata la cooperativa socialista..." Terra, figli, case, lavoro:  il tempo che passa;  il tempo che mi parla: il tempo al mio paese.
Oggi mi  pervenuta una lettera nuova ed il vento di primavera si  liberato di tra i fogli: un vento odoroso di erbe e chiaro di sole.
"Il blocco del popolo ha vinto. Nel nostro paese ha distanziato gli avversari messi insieme di 3000 voti. Una cosa magnifica! La sera appena si sono saputi i risultati si  formato un grande corteo: i contadini a braccetto con le mogli e le fiaccole accese. Vi era anche il figlio di Vito Bisaccia. Ricordi?"
"Viva il socialismo." Dentro ritornano le parole e sfila alla memoria il corteo con le fiaccole davanti: "Viva il socialismo", da un punto del corteo la voce si apriva al volo e le mani scrosciavano.
"A lungo, a lungo!" Quando il corteo sfilava davanti la casa di un "voscenza" qualcuno incitava perch le mani battessero a lungo, e le grosse mani degli uomini continuavano a battere. Davanti ardevano due fiaccole e dietro s'allungava il corteo, per centinaia di metri.
Le porte dei poveri a pianterreno s'aprivano per stendere tappeti di luce sotto gli scarponi grossi di fango.
"Viva il socialismo." Le fiaccole dei portatori erano rosse; anche il volto degli uomini.
Dietro le finestre, nei palazzi, gli occhi dei ricchi covavano la rabbia e i cuori maturavano l'odio.
"Viva il socialismo." L'urlo riempiva la strada ed i pensieri erano pieni di lavoro, di canti, di figli sani.
Il contadino Bisaccia teneva la fiaccola in pugno come una spada e la luce apriva la strada al corteo.
Il viso segnato dal sole e dal tempo era fuso nel rame.
All'altro lato del corteo ardeva la fiaccola ed il volto dell'altro portatore.
Gli uomini sfilavano per quattro e i passi tonfavano. Quando le ultime file finivano per svoltare in un'altra strada, il buio tornava ad infittire; il tonfo dei passi restava sospeso. Il paese ne risuonava gi tutto.
Infine il corteo sfoci sulla piazza della chiesa Madre e gli uomini si ammassarono davanti al Circolo dei Civili in attesa.
Il sindaco cominci a parlare: "Il popolo dei lavoratori ha risposto all'appello..." Ai due lati della scaletta le due torce accese ed i volti dei contadini segnati dal tempo.
"...Una vita da uomini fra uomini..."
Gli occhi erano lucidi ed i cuori picchiavano dentro.
"...Giustizia per chi lavora..."
Part un fischio e gli spari scoppiarono improvvisi. Tiravano dal Circolo dei Nobili, dal campanile, dal circolo del pi-pi.
La massa ondeggi, si rovesci per le vie laterali.
Una fiaccola era ancora accesa. Vito Bisaccia era ancora vicino alla scaletta e gli spari riempivano l'aria.
"Te lo dar io il socialismo..." L'uomo punt l'arma e spar. La fiaccola cadde, si spense.
La notte grav sui vivi e sui morti ed era ancora buio quando l'urlo delle madri si lev contro le case dei ricchi. "Giustizia; vogliamo giustizia."
Per molti giorni i passi dei soldati risuonarono sul selciato delle vie.
Un corteo con le fiaccole accese. C'era anche il figlio di Vito Bisaccia.
Un bimbo di tre anni, allora, il figlio di Bisaccia.
Ora il corteo si  ricomposto al mio paese: i contadini hanno riacceso le fiaccole.
...
Fine.
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10. L'eredit.
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"Non son scherzi da fare ad un bambino" e lo zio si alz e si avvi verso la porta.
"Cosa fai?" mia madre lo richiam e lo zio Ciccio si volt a guardare.
I suoi occhi erano accesi e le guance rosse.
"Non sono scherzi da fare" continu a ripetere. Poi appoggi il bastone alle pareti e ritorn a sedere.
Io avevo ancora gli occhi lucidi di lacrime. "Non fa piacere nemmeno a me; ma gli vuole molto bene."
E la mamma asciug i miei occhi.
" passato, caro,  passato."
Mi diede un soldino e mi baci sulla testa.
"Con quei quattro palmi di terra", le parole morirono e mio zio continu a scuotere la testa. Era la prima volta che vedevo perdere la calma allo zio Ciccio: poco prima era arrivato mio zio Biagio che era stato invitato da mio padre a pranzare con noi.
"Buongiorno a tutti". Gli stivali erano sporchi di fango e gli occhi erano rossi di congiuntivite.
"Vossia benedica", io e le mie sorelle avevamo fatto circolo attorno a lui in attesa che tirasse fuori dal giubbone di velluto i suoi regali.
"Santo." Le sue mani si erano levate come due secchie dai pozzi delle tasche e le mele cotogne erano venute fuori.
"Una per uno."
Ognuno aveva avuto la sua.
"E tu maschietto?" e come al solito la mano si era posata sulla mia testa, poi si era chiusa a tirare i capelli.
I miei occhi si erano riempiti di lacrime ma lo zio continuava ad agitare la mia testa. "Ne faremo un avvocato." Infine aveva lasciato i miei capelli e si era avviato verso lo studio di mio padre. "Possiamo entrare?" "Venite, venite, tiro qualche somma."
Io ero rimasto con la mela cotogna intatta.
Lo zio Blasi era un uomo che aveva terre e case al sole. Era stato un uomo in gamba e non aveva mai tollerato scherzi da nessuno.
Da giovane aveva dato il fatto suo, in un duello rusticano, ad un rivale in amore ed aveva posto con la faccia a terra pi di un contadino che aveva cercato di "fare erba" fra i seminati delle sue terre. "Erano altri tempi", aveva commentato lo zio Ciccio una volta che lo zio Blasi aveva fatto cenno ad una delle sue bravate di giovent.
"Non sono certamente cose per uomini con la veste." Gli occhi erano pi piccoli dentro le palpebre infiammate.
Ma zio Ciccio aveva scosso la testa e mio padre aveva riempito i bicchieri.
"Ancora un dito" ed aveva fatto bere i due parenti "fra parenti le parole devono restare parole."
Era stato lo zio Biagio a tenermi a battesimo e per suo rispetto mi avevano posto il suo stesso nome. Per accontentare mia madre avevano aggiunto un secondo nome: Aurelio.
Zio Blasi aveva pochi denti: quando mangiava, le mascelle si muovevano come se i bocconi non volessero mai andare gi.
"Mangia come le capre" aveva detto una volta mia sorella, ma gli occhi di mio padre si erano fermati a guardarla e mia sorella era diventata di fuoco.
Il babbo diceva che le terre e le case sarebbero toccate a me: il testamento lo aveva visto coi suoi occhi. Anche il fucile ad avancarica che aveva visto appeso al muro sul letto, accanto alla Madonna, sarebbe toccato a me.
Lo zio veniva una, due volte la settimana a casa nostra: gli stivali pesavano sugli scalini e i tacchi battevano i loro colpi uno dietro all'altro lasciando cadere briciole di fango rappreso lungo la scala.
"Buonasera a tutti."
"Buonasera" diceva mio padre.
"Vossia benedica" facevamo noi. E lo zio allungava la sua mano a tirare i miei capelli.
"Ne faremo un avvocato." Le parole erano sempre eguali e lo strettone accendeva le lacrime ai miei occhi.
Qualche volta mio padre allungava la sua mano a coprirmi la testa: era come la difesa di un'ala.
Zio Blasi non faceva a tempo ad afferrare i miei capelli.
"Ne ha fatto una delle sue." Un giorno mio padre rientr a casa brontolando.
"Che succede?" aveva chiesto mia madre.
"Ha tirato al cane."
"Chi?"
"Quel suo padrino." E mio padre aveva accennato a me.
"Come mai? L'ha colpito?"
"Qualche pallino: dice che non vuole cani nel suo cortile. Se non fosse per questo ragazzo..." E mio padre si era chiuso nel suo studio a fare conti.
A volte zio Blasi si fermava davanti al nostro portone a cavallo alla sua mula. "Oh" la voce saliva sino a noi.
Qualcuno si affacciava al balcone.
"Chi viene gi?" Aveva sempre un panierino di fichi e di pere da lasciare per i ragazzi.
Una volta che ero sceso io e che avevo chiesto cosa portasse nelle sue due ceste coperte da larghe foglie di fico: "Prova a toccare."
Io allungai la piano e le lacrime affiorarono nei miei occhi: le spine dei fichidindia erano penetrate nelle mie dita.
La mamma mi strofin le mani con la segatura, mi diede alcuni soldini e mi preg di non dire niente al babbo.
"Ci resterebbe male e potrebbe perdere la pazienza."
La casa dello zio era a pianterreno. Le pareti erano tappezzate di santi: la zia era una donna timorata di Dio e passava buona parte della sua giornata in chiesa. Aveva alcuni nipoti: uno gi vestiva la tonaca di frate. Quando capitavo in casa sua mi riempiva le tasche di frutta e di figure di Santi.
Quando mio zio s'ammal, mio padre volle che il mangiare fosse preparato in casa nostra e a me toccava, il pi delle volte, di portargli il pollo con la pastina in brodo.
Lo zio non amava i cataplasmi e le carte senapate e non intendeva stare quieto sotto le coltri.
"Non se la cava, stavolta" aveva detto una sera mio padre, ed i giuochi in casa nostra erano cessati.
Anche lo zio Ciccio, per rispetto alla famiglia, aveva cessato di raccontare le sue favole ed evitava di parlare di tutti i pettegolezzi che si facevano in paese.
Le attenzioni attorno a me erano cresciute.
Un giorno mia sorella Ginetta non aveva voluto portare il pollo col brodino allo zio.
"Non lascia a me le sue terre" aveva protestato e mio fratello Giuseppe le aveva dato un ceffone. "Hai la lingua lunga" le aveva detto.
Per punizione il babbo ci aveva privato tutti della frutta. " finita". Quando il babbo port la notizia le finestre furono serrate e mio fratello scese a piantare una lunga striscia di stoffa nera sul portone.
Zio Ciccio e gli altri parenti fecero la veglia e per tre giorni la gente venne a fare visita a mio padre e a mia madre "che erano stati colpiti dalla sventura".
Quando ritorn dal notaio dopo qualche giorno, mio padre era bianco come se avesse accompagnato solo allora mio zio al Camposanto: "Ha lasciato tutto al Convento." I suoi occhi si fermarono su di me: uno sguardo timido come se la colpa di quanto era avvenuto fosse tutta sua.
"Come mai?" disse mia madre.
"Quel suo nipote frate..." E mio padre si avvicin per farmi una carezza.
"Tieni". E tir fuori dalla tasca il portafogli, ne tolse un biglietto: "Il fucile te lo comprerai con questo, un fucile tutto nuovo per quando crescerai."
Avrei voluto dire che a me non importava niente della terra e delle case e che ero contento lo stesso e che non volevo nemmeno i soldi per il fucile, ma non sapevo come dire e restai col biglietto nel pugno chiuso fino a quando la mamma non mi port a dormire.
...
Fine.
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11. La cravatta.
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Le giornate passano uguali nella vita di noi scapoli: una pagina scialba ogni giorno, ognuno di noi scrive il proprio romanzo: un romanzo grigio; senza interesse.
"Caro Zio, scusami se vengo a disturbarti..." di tanto in tanto arriva la lettera di un nipote: una pietra sulle calme acque del lago: le ondate dei ricordi si allargano, s'allargano nel tempo: la vecchia casa, il dolce viso della mamma, l'alta figura del pap, i fratelli, le sorelle; le case, le scade dell'antico paese chiuso dentro il tenero verde dei mandorli e del grano, salgono, affiorano dai lontani anni.
"Il mio ragazzo si  iscritto in legge." "Luisa si  fidanzata." Ognuno dei miei scrive il proprio romanzo: pagine calde di vita.
A volte sono le cose a dare luce e calore ai volti.
In una mia vecchia cassetta son chiuse molte piccole cose. Esse hanno avuto una loro storia, son legate ad un avvenimento della mia vita.
Quando le mie mani vi frugano dentro  come se frugassero fra le pagine del tempo.
Si rischiarano, allora, i volti, si fanno vivi i gesti, le voci tornano a bussare al mio cuore.
Stamani ho aperto la vecchia cassa.
"Stasera non mi sento": la voce dello zio Ciccio risuona dentro di me. La cravatta  fra le mie mani, sbiadita: anch'essa invecchiata con gli anni: la cravatta per lo zio Ciccio.
"Zio Ciccio racconta una favola". Lo zio veniva quando le ombre erano salite alte fra le case e la luce delle candele ballava qua e l nelle case dei contadini.
Il suo bastone picchiava lungo le scale ed il passo si trascinava, dietro al bastone, da uno scalino all'altro.
"Buona sera a tutti." Il saluto usciva di fra le pieghe dello scialle e dietro al saluto stava il suo viso segnato dagli anni e dai patimenti.
"Vieni a scaldarti un po'" mia padre invitava, e mio zio veniva a sedersi fra noi, attorno al braciere.
"Stasera non mi sento." E noi tornavamo a pregare: "Zio Ciccio, una favola; una favola." Allora si decideva: "Stasera racconteremo quella dello zio Corrado."
Mio padre alzava gli occhi dal suo Flammarion.
"C'era una volta un uomo piccolo, magro, tutto pepe. Si chiamava Zio Corrado."
Il vento urlava all'angolo delle strade ed il braciere era rosso di fuoco.
"...Ora vi prover il portento di questo mio fischietto, disse ai briganti che erano venuti per farla finita una volta per sempre con lui".
"Vieni qua" grid alla moglie,e "zac" le infil un lungo coltello nella pancia. La donna non disse ahi: chiuse gli occhi e cadde quant'era lunga".
Mia madre sfaccendava in cucina fra il fumo della legna e l'odore del fritto che riempiva la stanza. Mio padre rialzava gli occhi.
"Ma zio Corrado, cosa avete fatto! Era una brava donna!" "Bene, faccio presto a ridarle il fiato".
"Che cosa?" La meraviglia faceva sgranare gli occhi ai briganti e a noi che stavamo ad ascoltare.
"Ecco: il fischietto attaccava un motivo e la donna a poco a poco riapriva gli occhi: si alzava, tornava a muoversi nella sua stanza."
"Essi restarono felici e contenti e noi qui senza fare niente", chiudeva cos i suoi racconti e si levava per andarsene.
"Resta a prendere un boccone con noi", invitava allora la mamma. "Ho gi mangiato", ma noi sapevamo che non era vero: lo zio Ciccio era povero e malato.
" rimasta un po' di pasta a mezzogiorno; te la riscaldo."
" tardi", e continuava ad aggiustare sulle spalle magre il suo scialle nero.
"Be', resta un po'"; infine veniva la voce di mio padre e zio Ciccio tornava a sedere.
Nelle feste lo zio mangiava a casa nostra anche di giorno; beveva uno, due bicchieri: il vino gli accendeva dentro la fiamma e le guance erano chiare e lucide come porcellane giapponesi.
Il vestito di mio zio era grigio: doveva essere stato nero in origine: ma gli anni erano passati ed il vestito era rimasto sempre quello. La camicia era di tela bianca.
Non portava cravatta, mio zio; non aveva mai posseduto una cravatta.
Quando qualche lutto per un lontano parente veniva a togliere il sorriso alle bocche ed a serrare le finestre, gli altri mettevano la cravatta nera: mio zio portava al braccio una larga striscia di stoffa nera, per un lungo tempo.
Le favole, allora, le raccontava a noi pi piccoli, in un angolo della stanza: una voce che affiorava appena dalle labbra bianche, come temesse di disturbare il morto.
"Chiuse gli occhi e mor". Poi veniva la bacchetta magica e la vita ritornava ad affluire calda.
Ogni sera un racconto: "Come fai a sapere tante favole?" "Le so."
Non sono riuscito a sapere da quale librone avesse tirato tutte quelle storie.
Non ammetteva scherzi, Zio Ciccio, lungo il racconto: se qualcuno lo interrompeva, faceva punto e non si riusciva pi a farlo parlare.
In primavera andavamo a stabilirci in campagna, in una nostra casetta fra i mandorli. Lo Zio Ciccio veniva sempre con noi.
"Un uomo  bene che ci sia" aveva detto una volta mio padre. Lui s'assentava al mattino per il suo commercio. Ritornava quando nei campi cantavano i grilli.
Zio Ciccio non raccontava favole fino a settembre e lungo il giorno trascinava il suo bastone e la sua gamba per viottoli, fra gli alberi; in mezzo agli uomini che falciavano il grano o raccoglievano le mandorle.
Un viso nuovo ed una luce nuova nei piccoli occhi grigi.
A settembre, quando tornavamo al paese, la luce si smorzava e gli occhi ritornavano a guardare lontano; uno sguardo mite: di cane randagio. Il vento tornava ad abitare fra le case; la pioggia chiacchierava lungo le grondaie e lo scialle tornava sulle spalle di zio Ciccio; fino a primavera. Sotto lo scialle il viso pallido e la camicia bianca, senza cravatta.
Quando si spos una mia sorella, tutti avevano cravatte nuove attorno al colletto inamidato; zio Ciccio aveva messa una striscetta di stoffa: un laccetto nero. Nessuno ci fece caso, ma fu allora che mi venne l'idea di acquistare una cravatta per lo zio Ciccio.
Partii, quell'anno, sul finire di settembre, per Catania, per frequentare il Ginnasio. Una tristezza nuova stringeva dentro e la pena faceva nodo.
Non sapevo proprio il perch: seppi dopo di aver lasciato, quel giorno, dietro a me, la mia fanciullezza felice.
Di casa in casa avevo fatto il giro di tutti i miei parenti.
Ognuno di essi mi aveva dato qualche cosa. "Ti comprerai una pasta." "Ti servir per andare al cinema; ma studia eh!"
Lo zio Ciccio la sera prima aveva tirato da sotto allo scialle una melagrana. "La mangerai in treno." Per tutta la serata non apr bocca: ascolt gli altri parlare, ma i piccoli occhi grigi, nel volto pallido, guardavano lontano. "Domani non posso venire alla carrozza,  troppo presto per me. D un bacio anche a me e fatti onore."
Prima di andarsene mi baci agli angoli della bocca: volli fargli lume con le mie mani e lo vidi scendere gli scalini: un passo duro come se gli fosse stato pi difficile, quella sera, trascinare dietro al bastone quella sua gamba ammalata.
A Catania passai e ripassai davanti ai negozi di cappelli e cravatte per alcuni giorni, al ritorno dalle lezioni, ed infine mi decisi per l'acquisto.
"Una cravatta per una persona seria."
Mi furono mostrate molte cravatte; ne scelsi una grigio scuro.
Pi di una volta, prima del mio ritorno al paese tirai fuori, a guardarmela, quella cravatta: "Gliela dar appena avr finito di raccontare una favola." "Loro restarono felici e contenti", e pensavo d'interromperlo "e noi qui con una cravatta per lo zio Ciccio" e mi figuravo la faccia che avrebbe fatto.
Poi cambiavo idea: "Ecco: anch'io ho la mia bacchetta magica: chiuditi scialle" ed avrei tenuto fermi, con la mia mano, i lembi del suo scialle... "Apriti scialle", ed ecco cosa trovo in tasca dello zio Ciccio. La pi felice sarebbe stata la mamma per quel mio pensiero per suo fratello "disgraziato." "Oh! il mio ragazzo" sentivo la sua voce come se stesse parlando realmente e la tenerezza mi si scioglieva in gola.
Per Natale tornai al paese: alla stazione c'era mio fratello; in cima al paese era ad attendere, nel buio, mio padre con altri parenti.
Molti abbracci, molti baci. Quando fummo davanti casa nostra la larga striscia nera stesa sul portone ferm i battiti dentro il mio petto: solo allora m'accorsi che i miei avevano la cravatta nera.
"Cos' successo?", e strinsi il braccio di mio padre.
" morto lo zio Ciccio." E mio padre prese la mia mano nella sua.
"Ha finito di patire" aggiunse mio cognato e mi spinse. "Su, coraggio, non farti vedere da tua madre."
Ma mia madre era gi ai piedi della scala e ci abbracciammo piangendo insieme.
...
Fine.
...
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12. Il carrubo.
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"Ti ha trovato il babbo sotto il carrubo" mi aveva detto un giorno mia madre parlando della mia nascita.
Il carrubo era cresciuto da tanti anni: le braccia si erano allargate e alcuni rami strisciavano lungo il terreno dalla parte della casetta ove il suolo era in salita; tre tronchi s'erano allungati, negli anni, fino a raggiungere il cielo. I rami, intrecciati, carichi di foglie, formavano una volta immensa sotto alla quale vivevamo gran parte della giornata noi bambini.
"Il padre di mio nonno si riparava sotto il carrubo, quando pioveva, poi il nonno mise su questi quattro muri ed il carrubo fu messo da parte."
Mio padre parlava del carrubo come di uno della famiglia e raccontava fatti e casi sempre interessanti: "Una volta passo col cavallo vicino al carrubo, quando sento un nutrito chiacchierio. "Ehi, voi!" grido. Le voci tacciono; d una strattina al cavallo ed entro sotto il carrubo: una quindicina di donne stavano sedute lungo una tovaglia con davanti polli e fiaschi di vino; in cima alla tavolata vi era il priore del convento: erano andate ad accompagnare il frate alla stazione e prima che egli partisse stavano per consumare una ricca colazione. Naturalmente fui invitato e bevvi anch'io un buon bicchiere di vino."
Quando parlava del carrubo, le persone ed i fatti assumevano sempre un tono eroicomico ed il carrubo era ogni volta il protagonista pi importante del fatto.
"Nessuno riusciva a strappare le carrube dai rami pi alti ed i frutti restavano appesi per lungo tempo fra le foglie. Cadevano per vecchiaia. Una volta un contadino volle avventurarsi sul tronco maestro: fece forza con le braccia e con le gambe: e su come uno scoiattolo. Ma quando fu in alto e guard a terra, divent bianco come un cencio e incominci a urlare come un dannato: "Sto cadendo, Madonna mia, sto cadendo." Noi sotto col naso all'ins a ridere ed a incitare: "Su, coraggio, acchiappa le carrube." Ma quello incominci a piangere e ad urlare: "Ho figli e moglie: aiutatemi." Allora qualcuno corse a prendere una corda e cerc di lanciarla a quello sciagurato. La corda ricadde al suolo ed il lancio fu rinnovato: due, tre volte. Infine uno dei capi, passato al di sopra di uno dei rami che si levava sopra la testa dell'uomo era stato afferrato da questi. "Molla, molla", l'altro capo veniva tenuto gi da un contadino e veniva mollato a poco a poco. Come Dio volle, l'uomo tocc il suolo e v'assicuro che per lungo tempo non guard pi il ramo d'albero com'era fatto."
Noi tutti, i miei fratelli ed io, eravamo orgogliosi del nostro carrubo.
Quando si capitava nella nostra terra la prima visita era al carrubo: ci avveniva nei primi di maggio.
L'erba era alta avanti all'ingresso dell'albero e tra l'erba si levavano gladioli e margheritine: un tappeto come avanti all'ingresso di un tempio.
Nel sorpassare la soglia verde, gli occhi correvano agli estremi limiti, sotto i larghi rami, il cuore si fermava in ascolto, sempre in attesa di qualche strano evento. Una volta spintomi pi sotto ad alcuni rami che si schiacciavano contro il suolo, avevo scoperto, mezzo sotterrati, due grossi coltelli da macellaio ed una scatola di latta porta-polvere: vecchie cose arrugginite.
Attorno a me ed alle mie sorelle, accorse al mio richiamo, erano allora fiorite storie di briganti, e covi e gallerie che "dovevano sboccare certamente" da un lato sotto il carrubo e dall'altro sulla trazzera che portava al paese di Campobello e Canicatt.
La mole del carrubo si levava alta ed attorno ad essa, come piante da presepio, vivevano gli ulivi e i mandorli. Quando il sole cercava dall'alto l'ombra dei mandorli e ne divorava i contorni, sotto il carrubo l'ombra era densa e l'aria fresca e profumata. La sera il contorno dei mandorli svaniva, si scioglieva: gli alberi sparivano inghiottiti dal buio, ma la massa del carrubo era pi densa e scura. A volte da essa veniva, fino a me che preferivo dormire all'aperto, avanti alla casetta, a fianco di un mio zio ed assieme ai "raccoglitori", la voce del cuculo: cu-cu: un grido triste e cupo che metteva i brividi. Poi l'aria si schiariva; il silenzio pesava attorno come una nebbia e gli alberi stavano fermi, in attesa: si sentiva il calmo respiro della terra. L'alba infine veniva, timida, da dietro i colli lontani a svegliare fra i rami le voci dei passeri.
A volte l'acquazzone scrosciava improvviso e gli uomini dei terreni vicini s'affrettavano a riparare nella nostra casetta: noi bambini, invece, si correva sotto il carrubo: l'acqua picchiava sulla volta dell'albero, contro le foglie robuste: un ticchettare, uno scalpiccio che ci isolava nel silenzio del luogo.
"Oh, bambini!" la voce della mamma giungeva da lontananze di sogno e attorno a noi, sotto la volta dei rami, dietro il tronco o in un angolo lontano, schiacciavano il tappeto delle foglie secche passi cauti, misteriosi.
Lungo le giornate di sole stavamo per molte ore sotto il carrubo: le corde venivano annodate ai tronchi e le altalene portavano su e gi le gonnelline delle mie sorelle. A volte la mamma veniva gi a fare la maglia. Allora i racconti fiorivano dalla sua bocca: principini andavano in cerca di filtri e di pietre fatate; cavalli alati portavano in groppa belle "dai sette veli" e "uccelli verdi" svolazzavano su per gli alti rami delle foreste. Anche le foglie del carrubo stavano tese in ascolto e dai rami pi alti scendevano a volte, improvvisi, larghi sospiri.
Quando, a fine settembre, lasciavamo la campagna, i mandorli erano gi cadenti e gialli, ma il carrubo brillava sempre.
Noi eravamo orgogliosi di questa nostra grande pianta; anche mio padre lo era.
"Non se ne trova uno uguale in tutta la Sicilia: un'annata mi ha dato trenta quintali di carrube." Quando parlava del nostro vecchio albero i suoi occhi erano pieni di luci.
Un giorno alcuni contadini vennero a casa nostra e si misero a parlare con mio padre. "Allora domani ci si d un primo colpo." "Sta bene, domani" assent mio padre.
Le scarpe degli uomini riempirono la stanza di rumore. "Baciamo le mani." Ed i passi rotolarono gi per le scale fino al portone, si smarrirono nella strada.
Mio padre sedette al tavolo, nella stanza grande, ed apr un libro entro il cerchio di luce sotto il paralume. Gli occhi si levavano di tanto in tanto al di sopra delle lenti e lo sguardo si posava su di noi: uno sguardo timido.
"Avete deciso per domani?" Fu mia madre a farci conoscere la notizia.
"S; domani taglieremo il carrubo.  vecchio; ormai non fa pi frutti." E mio padre torn con gli occhi al suo libro.
Noi restammo a guardarci per un po'; poi mio fratello chiese piano alla mamma:
"Il carrubo?" "S; faranno anche il carbone."
Le parole scavarono dentro di noi; il cuore precipit i suoi battiti: fuori soffiava il vento ed ogni tanto le imposte tremavano come scosse da brividi; anche dentro di noi il vento radun i pensieri come foglie morte e le spazz via: restammo soli col vento dentro e nessuno di noi, pi tardi, volle mangiare un solo boccone.
Mio padre, prima che io andassi a letto, s'avvicin e posandomi la mano sulla testa disse: "Bisogna tagliarlo." E s'allontan.
Non riuscii a prendere sonno: ogni rumore, ogni voce attorno alla casa mi faceva sussultare. E il vento si lamentava agli angoli della strada. Poi, dalla stanza accanto, venne la voce di mia madre:
"Potevi lasciarlo."
"No, il carrubo, no; non glielo lascio godere!"
"Avete fatto il contratto?"
"No, ma abbiamo gi trattato; non si poteva andare avanti cos; non potevo pi rinnovare gli effetti. Realizzo un po' di denaro."
"Vende il terreno." Le parole si accesero dentro di me; si fermarono a martellare. "No, il carrubo, no; non glielo lascio godere." La voce di mio padre era irritata. "Il Signore ci aiuter."
Mia madre cerc di incoraggiare.
"Il carrubo no." La voce di mio padre ripeteva al mio orecchio.
Volevo scendere per andare ad abbracciare mio padre, per andare a posare la mia mano sul suo cuore grande; ma il buio mi fissava da tutti gli angoli della stanza e restai a piangere rannicchiato nel mio lettino.
...
Fine.
...
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13. La menta.
...
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"Torno subito". S'era allontanato dal gruppo mentre gli altri continuavano a parlare riuniti attorno alla tovaglia stesa sull'erba, dalla parte del limite.
"Una mandorla nuova: la Gagliana." La voce del padre s'era accesa improvvisa dentro, ed i passi del padre battevano accanto ai suoi. La mano era alta ad indicare il braccio mutilato del mandorlo: sul troncone la pece era lucida e i due bastoncini dell'innesto si levavano diritti. "Vedrai fra qualche anno che mandorle."
Ora l'albero si levava alto: le braccia alzavano al cielo le rame fiorite. I passi erano lenti; anche i pensieri faticavano a procedere fra la folla dei ricordi. Uno dopo l'altro i mandorli sul tappeto di tenero verde, si facevano incontro a farsi riconoscere. Le rame dell'uno si tendevano a raggiungere quelle dell'altro. Fra le trine dei fiori occhieggiavano merletti d'azzurro. Uno sciame di petali rosa gli venne incontro.
"Senti che profumo." Il padre aveva staccato una pesca e gliela aveva data. " una moscatella." Erano le prime pesche fatte dalla pianta. Il padre aveva gli occhi lucidi quando parlava delle sue piante.
Ora il pesco rinnovava il miracolo dei suoi fiori: le alucce rosa sciamavano attorno ai pochi rami. Dall'alto, gli occhi dei mandorli lo fissavano: uno sguardo amico.
Il silenzio dilagante attorno.
Il padre era passato sotto quei rami, aveva alzato gli occhi a guardare la fioritura; per anni: i passi s'erano fatti strada fra il verde del giovane grano; sempre pi lenti; sempre pi tardi.
Ora gli occhi dei mandorli lo fissavano dall'alto e le rame mormoravano piano... "Lo abbiamo visto alto, diritto, passare fra noi. Lo abbiamo visto lontanare fino al limite, voltandosi ogni volta a scambiare l'ultimo sguardo con noi, come d'intesa. Poi, in febbraio freddo e chiaro, non  pi tornato fra noi."
Sospiri si levavano dal tenero grano; mormoravano le rame e gli occhi entro il tenero bianco dei fiori.
Parlavano piano i mandorli, parlavano piano al suo orecchio. "Tua madre era piccola, una fragile cosa; anche lei  passata fra noi ed i petali nostri si scioglievano dai rami, fiorivano tra l'erba davanti a lei. Con passo leggero, come stesse l, sempre vicina a spiccare il volo." "Siamo tornati a fiorire ogni anno, ma lei non  pi ritornata."
Aveva raggiunto la viottola verso il poggio: la casetta aveva le palpebre chiuse sul volto pallido.
"Anch'essa  andata." La "terra", sul colle, era stata venduta. Allora davanti alla casetta si alzavano i garofani e la menta. La madre passava fra i cespi leggera come calzasse scarpe felpate. Quando innaffiava la menta, la mano si posava di tanto in tanto sui cespi a scuotere le goccioline d'acqua: una carezza come a sgarruffare i capelli. Anche quando si tornava al paese, le carezze della madre odoravano di menta.
"Anche la casetta  andata." I passi pesavano sul tenero grano.
Le voci dei fratelli, dei nipoti giungevano di tanto in tanto fino a lui; un suono come il mormorio dei rami.
"Quanto cammino." Sent le parole dentro e ripet forte: "Quanto cammino." E le rame si chinavano, si rialzavano, come a dire di s.
Il tempo aveva scavato piccole rughe sulla fronte, ai lati degli occhi, della bocca: piccoli solchi, a segnare il suo passaggio.
Erano "passati" i due fratelli, la sorella, la cognata; molti amici ed i mandorli erano l: tornavano a fiorire: ed il grano tornava a levarsi su, dall'umida terra, ancora uguale. I venti tornavano a sciamare, giovani, fra l'erbe. Fra le rame fiorite occhieggiava ugualmente l'azzurro. Ora era il nipote padrone della terra. Nuove voci erano venute fra i muri dell'antica casa paterna: a sostituire le antiche.
E le messi tornavano a maturare ed il sole brillava, uguale, nel cielo.
"Che, t'ispiri?" La voce del cognato lo raggiunse. Fece un cenno con la mano. Prosegu lento.
"Naufrago a questa riva
mi han portato i giorni..."
Suonarono dentro i versi.
Aveva camminato: un cammino che durava da tanto, senza un approdo.
"Naufrago da altre rive
mi porteranno i giorni
finch rni stender
in mezzo ai campi
in attesa che in quello delle messi
cada e si fonda.
l'ultimo mio sospiro."
Ecco: allungarsi fra le messi nell'ultimo giorno e potere rinascere ogni anno; rifiorire sotto i mandorli bianchi.
"Bella fioritura quest'anno." Il nipote era al suo fianco. "Se marzo la lascia, sar un buon raccolto." E guardava attorno i cespi bianchi sui rami.
"Bella veramente."
Erano arrivati al limite del campo.
Di fronte, sulla scarpata, di l dal vallo, si posava la stazione sperduta in mezzo alla distesa dei campi.
"Quando ritornerai?"
"E chi lo sa!"
"Noi stiamo bene al paese: io ho dimenticato come sono fatte le citt. Ho sempre da fare: un po' la scuola, i bambini, la terra: le giornate volano quando si ha casa."
"Quando si ha casa." Ognuno dei fratelli, delle sorelle aveva una casa, ognuno era approdato.
"Torniamo, si  fatto tardi."
In fondo le macchie dei vestiti si muovevano fra gli alberi. Qualcuno era attorno ai carri.
Il sole era al tramonto. Le rame si stringevano attorno ai tronchi intirizziti sotto la neve dei fiori.
Le rughe dei tronchi erano umide e scure.
"Ci prepariamo? La sera viene presto." Da dietro il carro gli venne incontro la voce del cognato.
"Malinconie?" Il fratello aveva posata la mano sulla spalla.
"No; i ricordi."
I carri furono attaccati ai muli.
"Pronti? Siamo pronti?" Il cognato, i nipoti portavano i cuscini, i sacchi, le sedie sui carri.
"Tu in alto; al posto d'onore."
Aveva sempre voglia di scherzare il cognato.
Il silenzio saliva con le prime ombre a spegnere le voci. Gli alberi si erano chiusi attorno ai tronchi: tacevano seccati e grigi. I nipoti, le sorelle stavano accostati; sul davanti, sul di dietro dei carri.
"Vuoi coprirti?" La sorella porgeva uno scialle.
"No, grazie."
" un po' freddo." Poggiava la testa sulla spalla del marito.
"Su."
I muli si erano mossi: dietro ai muli scricchiolavano le giunture delle ruote.
In alto si erano aperte le prime stelle:
"... sotto questa luce
di fredde stelle
uguale ansia mi stringe
di quand'ero fanciullo."
La ruga s'era fermata fra le ciglia; profonda.
I nipoti, le sorelle, i cognati erano lontani, chiusi nei loro scialli e nei loro pensieri. Il freddo saliva dalla terra oscura, scendeva dagli alberi, dalle stelle.
"Naufrago ad altre rive"
I carri macinavano la strada; ora erano pervenuti sotto il poggio. L'antico odore lo invest; sent un fruscio accanto; leggiero come l'urto di ali contro i vetri: una mano si pos sulla fronte a sciogliere la ruga. La carezza odorava di menta.
...
Fine.
...
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...
14. Villeggiatura.
...
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...
 arrivato il marito.
"Il bambino?" chiede e non ha una parola per lei.
Lei parla dell'albergo? del mare, di quei tre primi giorni di villeggiatura.
Lui ascolta, ma i pensieri corrono altrove.
Cenano; altri mariti sono arrivati.
I tavoli si riempiono di voci. I camerieri, pi gentili del solito, girano a prendere ordini.
Anche la padrona  in visita per i tavoli.
"Ha fatto buon viaggio?"
"S, grazie." Gli uomini scambiano un sorriso con la padrona.
"Suo" marito risponde serio.
"S, signora." La signora s'allontana, si ferma all'altezza del quarto tavolo.
"Bene arrivato, cavaliere."
"Grazie, signora; tutto pieno?"
"Completo; non posso lamentarmi."
"Potresti essere pi gentile." Lamenta lei.
"Ho altro per la testa, io."
"Ma un po' di cortesia, mio Dio!"
Il marito tace.
"Mi porti al cinema?" chiede il bambino. Il padre non risponde e il bambino torna a chiedere: "Mi porti al cinema?"
Arriva il cameriere con nuove portate ed anche il bimbo finisce col tacere.
Quando lasciano la sala lui chiede:
"Si va al cinema?"
"Preferirei anelare al Lido; v' una buona orchestra."
"Non mi sento, stasera."
"Bene andremo al cinema; farai contento il bambino."
"Ci vedremo al Lido?" qualcuno chiede abbandonando la sala.
Pensa che tutte le famiglie dell'albergo andranno al Lido.
I manifestini fra le bottiglie invitavano: "Serata di Gala; regali alle signore."
"Non mi sento stasera." Lei sa bene che sar difficile che lui si decida ad accompagnarla. "Dovr partire presto domani: non potresti rinunciarvi?" Sa che dir cos, forse per tutta la durata dei bagni. "A lui non piace ballare."
Il film scorre sullo schermo; un vecchio film che aveva gi visto in citt.
Il bimbo si diverte; le figure si seguono scialbe sulla tela; le voci le conosce ad una ad una.
"Di gi?" la padrona li accoglie con il solito sorriso sulle labbra.
"Oh siamo stati al cinema."
"Buona notte, signori."
"Buona notte."
Salgono in camera.
La porta si rinchiude dietro a loro. Lei porta il bambino nella stanzetta di fianco; lo spoglia, si stende accanto a lui: "Dormi, caro."
Il marito gira in camera: aggiusta le sue cose.
Nel corridoio scivolano passi leggeri: camminano come se calzassero scarpe felpate. Porte si aprono, si chiudono.
"La signora del cinque si  ritirata alle quattro stanotte." Le parole della padrona della pensione affiorano dentro. "Sola?" La domanda era partita dalla signora Poli: "Oh, io non guardo mai gli accompagnatori."
Il bimbo dorme, ormai; lo bacia e raggiunge il marito.
Lo trova che esamina le sue carte nella busta: un foglio la colpisce; un foglio color rosa, anzi un mezzo foglio con una cifra "2700". Le sembra che sia la cifra giusta. "2700"
"Affari?" chiede.
"Metto un po' d'ordine".
Sempre cos. "Metto un po' d'ordine": avrebbe potuto spiegare.
"Un uomo fatto cos." La suocera un giorno lo aveva detto. "Ma ha un cuore d'oro" aveva aggiunto.
Poco dopo il marito s'addormenta. Le porte del corridoio si aprono, si richiudono. La signora del numero accanto rientra col marito. Erano andati al Lido. Ora ride: "Come sar felice."
"Un marito che mi fa sempre buona compagnia, il mio." Se ne fa un vanto: "Un uomo pieno di spirito." Ha sempre una parola allegra, una battuta succosa per tutti; ormai lo sanno anche i camerieri.
Altri mariti, altre signore sfilano, ora, avanti a lei; come in un documentario. Tavolo numero due: marito, moglie, due figli; numero quattro: una coppia. "Vivono insieme." Una voce suona dentro: non ricorda chi sia stato a malignare. Numero sei: un giovane alto, biondo: "Ingegnere Remi." Quando gliel'hanno presentato lui ha steso la mano ed ha sorriso.
"Signora Tesi."
"Oh la conosco gi." La luce dei denti aveva illuminato la frase. "Molto lieta" aveva salutato e s'era allontanata.
Ora la voce del giovane tornava dentro: "Oh la conosco gi."
I passi risuonavano nella camera d'accanto; il cancello davanti al portone dell'albergo ha un ultimo lamento; poi il passo pesante del padrone sale gli scalini, s'allontana verso il piano superiore. La luce nel corridoio si spegne; le voci dentro si confondono, non hanno pi suono; i volti si sciolgono ed il sonno viene leggero.
Una giornata come un'altra: il marito ha preso un po' di sole; ha chiacchierato sempre col bambino; un caff al bar avanti alla stazione e poi quattro passi lungo il mare.
"Desidererei andare a letto un po' presto: dovr alzarmi alle cinque; ma se vuoi andare al Lido" dice lui.
"Ma no, andremo un'altra volta" dice lei.
L'indomani la signora Poli la ferma:
"Una serata meravigliosa: avreste fatto bene a venire."
"Sapete, mio marito era un po' stanco."
"Potevate venire con noi, nevvero Piero?"
"Onorato, signora, onorato" il marito s'affretta a dichiarare.
"Venite domani, porteremo un ballerino per Voi."
Le giornate passano; l'ingegnere aggiunge cortesie su cortesie.
"Una persona squisita" la signora Poli aveva commentato la sera del ballo.
Una voce piena, calda, la sua: "Un ballo signora?" Le coppie giravano nella sala e le parole fluivano incessanti: note nuove per lei.
"Voi credete agli amori improvvisi?"
"Mi fate sbagliare, ingegnere."
Lui taceva: lasciava che il valzer avvolgesse le coppie nelle spire voluttuose per ritornare a parlare.
"Si resta presi: un profumo che penetra e conquista, contro ogni nostra volont; a volte."
La signora Poli incoraggiava: "Una bella coppia! Come ballate bene!"
Poi v'era il mare sotto la terrazza; le lampade e la musica...
"Oh se non smettete di dire sciocchezze torno a sedere" aveva cercato di reagire, ma la voce di lui era calda: una musica nuova.
Ancora una giornata: "Una vita un po' dura." La signora Pierri aveva parlato con fare confidenziale. "Anche mio marito a volte mi fa rattristare. Gli affari: per lui non vi sono che gli affari."
"Oh, hanno ragione gli uomini" aveva protestato lei ma la voce dell'ingegnere era fiorita improvvisa.
"Se foste la mia signora vorrei farvi vivere come in una eterna primavera."
Nel parlare il viso si faceva vicino al suo e gli occhi brillavano.
Era impallidita al ricordo: il cuore s'era messo a picchiare dentro. La signora Pierri aveva continuato:
"Ma non possiamo vivere eternamente della loro preoccupazione, noi."
Le parole della suocera erano emerse improvvise. " fatto cos, bisogna comprenderlo"; ma la voce dell'ingegnere era vicina, sempre pi vicina: "Due cioccolatini per il bimbo,vorrete scusarmi, signora!"
"Ha portato via la macchina vostro marito?" aveva chiesto infine la signora Pierri.
"Gi."
"Avrebbe potuto lasciarvela, per questi giorni." Non aveva risposto; la faccia scura del marito le si era fermata davanti.
Erano venute altre signore e la conversazione si era accesa attorno all'eleganza delle scarpe ortopediche. Poi lei era scesa in giardino.
L'ingegnere era a parlare col suo bimbo. Quando lei si era fatta vicino, l'uomo aveva salutato, poi le parole erano uscite affrettate: "Domani parto; ho bisogno di vedervi stasera; non permetterete che vi saluti qui, come una conoscenza qualunque. Due sole parole per salutarvi." Lei era rimasta diritta sotto la ventata che l'investiva ed il sangue era andato su e gi per tutto il suo corpo.
"Verr a mezzanotte; non chiudete la porta."
Aveva salutato e s'era allontanato.
"Ma ingegnere!" avrebbe voluto protestare, ma la bocca era rimasta serrata ed il fremito era sbocciato dentro di lei. S'era seduta sulla panca: una ventata era passata nella sua esistenza calma, metodica: una ventata che era venuta a sconvolgere, a lanciare per aria come poveri stracci i suoi buoni principi di donna onesta.
S'era detto:
"Bisogna mettere un po' d'ordine... mio Dio, come mi sono lasciata prendere!" ma s'era sentita sola, sperduta e debole, tanto debole.
Poi era subentrata la calma e con la calma erano affiorate sulla tempesta tutti i relitti delle sue giornate pi grigie: "Un matrimonio poco felice; quando si ha un marito che dimentica di avere una moglie." Dalle pagine del libro dove riposava, quella frase era balzata, s'era fissata davanti a lei inesorabile:
"Quando si ha un marito che dimentica di avere una moglie."
Le ore erano passate.
"Cos presto vi ritirate?"
"Un po' d'emicrania" aveva risposto.
Ora il bambino dorme nel suo lettino. Sono le undici e le stanze vicino accolgono ad una ad una le signore.
A poco a poco ogni rumore tace ed i passi scivolano sui tappeti. Dalla stanza accanto giunge il respiro del figlio: un respiro diverso dalle altre volte, cos le sembra. Si alza. "Sar messo male." S'avvicina al letto del figlio. "No."Torna indietro. Nel passare davanti allo specchio si ferma a guardare: i suoi occhi sono grandi sotto la fronte pallida; le guance sono stirate e la bocca  asciutta. Dal fondo dello specchio affiora il viso del marito: gli occhi la guardano seri, la faccia  pallida. Si scuote; il viso  sparito ed il respiro del bambino giunge affannoso dalla stanza accanto. Ma cosa avr? Il cuore ora si  messo a picchiare dentro e non vuole pi fermarsi. Ondate di caldo la investono dal capo ai piedi... Ma sotto la gola, proprio sopra al cuore sente freddo, poi il freddo scende, la investe tutta ed il respiro del bimbo giunge sempre pi affannoso. "Che succede?" Torna nella stanza del bimbo. Ha la faccia pallida il bambino, e gli occhi infossati come quelli del padre. La figura del marito ritorna dentro, si fa chiara, precisa: "Metto un po' d'ordine." La voce risuona ed il cuore ha un tuffo dentro. Ora vede chiaro come se un velo fosse stato portato via; la carta rosa, la cifra 2700 e legge: "Avviso ai contribuenti morosi."
L'uomo  fermo davanti a lei. S'accorge solo adesso che la fronte  segnata di rughe; e non erano stati gli anni a scavare quelle rughe.
"Mio Dio!" Le parole escono realmente dalle labbra ed il bambino si sveglia.
"Mammina."
"Caro."
Sul tappeto del corridoio scivolano scarpe felpate: corre alla porta della sua camera. La chiave gira nella serratura.
"Mammina" chiama il bimbo.
"Vengo." Le lacrime hanno sciolto il nodo sotto alla gola; ora scivolavano libere sul viso in fiamme.
Siede sul letto del figlio.
"Mammina piangi?" e gli occhi si aprono, si chiudono sul viso in fiore: "Perch piangi?"
"Oh, nulla caro!"
"Hai fatto un sogno?"
"Un sogno?" Ecco, proprio: ha fatto un sogno: un brutto sogno.
"S caro; sognavo d'avere perduto te ed il babbo in una grande tempesta."
Proprio cos: una tempesta che ha scavato dentro, che la scuote ancora tutta.
"Ma ora  passata." Le labbra si posano sicure sulle guance del figlio.
"Dormi, amore."
S'allunga accanto al bimbo. Attorno tutto  tranquillo; anche dentro di lei, ora. Il bimbo respira calmo. Anche i suoi occhi si chiudono sereni.
...
Fine.
...
.
...
15. Fine d'anno.
...
.
...
"Su, ragazzi." Il padrone non ha un minuto di riposo.
"Ecco: cos." Posa le bottiglie sul banco: "Questo starebbe bene qui": un vaso con una pianta in un angolo sopra una mensola. Si allontana, guarda il vaso "Ci d il tono". Poi torna ad incitare: "Su, ragazzi."
Ma Giovanni non ne ha bisogno: lui fila fra i tavoli; scivola sulle stuoie: "Vedranno come si lavora." Le mani sono un po' impacciate: lo sente nel sollevare i piatti. "A momenti ammuffivo" le parole le pronunzia, quasi.
Sorride. Dentro scattano, improvvise, le frasi di rifiuto: "Ripassate"; "Niente da fare per ore." Le parole erano quasi sempre le stesse: "Niente da fare". Qualcuno allargava le braccia e lui non aveva il coraggio d'insistere. "Non si pu dare da mangiare al personale se non v' lavoro." Era giusto: ognuno ha famiglia.
I piatti erano gi ai loro posti; le tovaglie: un bianco abbagliante. Com'era tutto bello in questa sua ripresa!
Le bottiglie sbocciavano fra i bicchieri e le lampade accendevano luci sulle posate, nei cristalli.
Sapere disporre le posate, i bicchieri: gi, una cosa da nulla: ma a provarcisi. E trattare con clienti poi!
Sente che le gambe si sciolgono: riprendono l'elasticit solita; anche le braccia.
Fischierebbe il motivo di una canzone sentito la prima volta a Brighton. Le giornate passate laggi s'affacciano improvvise; quei signori diritti, lucidi, stirati a nuovo gli svegliavano una sensazione fredda d'ospedale. Le sterline cantavano nel taschino, ma che desiderio di sole in mezzo a quelle nebbie che soffocavano ogni allegria!
"Non potete lavorare qui." Le parole dell'incaricato soffiano quei ricordi. "Vi sono quelli del posto, prima." "Ho lavorato nei migliori alberghi all'estero" ed aveva tirato fuori le sue carte. " inutile,  inutile: vi sono quelli del posto": "Ma non posso far nascere gli alberghi dove abito; ho bisogno di lavorare; ho moglie e figli, io; conosco le lingue."
C'erano anche quelli del posto, nell'ufficio: "Conosciamo anche noi le 'lingue'" uno aveva gridato.
A momenti questionava. "Brav'uomo". L'incaricato aveva le sue circolari, gli ordini, per aveva finito col dargli il permesso.
Il locale era oramai tutto a punto.
"Avanti, avanti." Il direttore aveva indicato un angolo della sala ai suonatori: "Le chitarre laggi." Gli uomini avevano raggiunto i loro posti. La fisarmonica aveva tirato su il fiato poi s'era afflosciata sul tavolo con un sospiro: "Fateli bere" ordina il padrone "un bicchiere di nero."
Raggiunse la sala della mescita, ritorn col vassoio ed i bicchieri: il vino gorgogli, accese larghi sorrisi sulle bocche dei suonatori. Gli uomini vuotarono i bicchieri; il vassoio torn a volare fra i tavoli.
I primi tocchi della chitarra s'accesero nella sala, poi s'un ad essi la voce della fisarmonica: i motivi della canzone presero forma; iniziarono sicuri.
Il compagno aveva i tavoli vicino alla porta: un lavoro duro per la sera del "cenone"; ma sapeva il fatto suo anche lui: se la sarebbe cavata.
"V' ancora un tavolo, vero?"
"Il sette."
Il direttore avvicin il telefono alla bocca: "Sta bene: per tre." Poi si volt verso di lui: "Fissato anche il sette; per tre."
"Sta bene."
L'orologio segn le ventidue e i primi clienti fecero il loro ingresso.
"Qui, signori. Prego, signori." Le signore raggiungevano i posti, sedevano: le teste sbocciavano negli specchi, si ripetevano fino in fondo.
La fisarmonica fece un gran sospiro, attacc la gamma delle note.
Altri clienti: la sala cominciava ad animarsi: gli strumenti cantavano canzoni nostalgiche.
"Un po' d'allegria" Un signore invit l'orchestra.
Le note si spensero, ripresero: gli specchi ed i cristalli brillarono; le lampade rovesciarono luci; gli uomini cominciarono a perdere la rigidezza.
Una coppia cominci a girare, la segu un'altra coppia, un'altra ancora.
"Permesso, permesso." Lui scivolava fra le coppie. Gli antipasti fiorivano sulle tovaglie.
Le coppie rientrarono fra i tavoli e i primi bicchieri furono portati alle labbra.
"Cameriere" il numero sette chiamava per la terza volta.
"Subito, signore" s'era avvicinato. "Comandi...".
"Lo vorrei secco"
"Come crede, signore."
Larghe risate scoppiarono sulle bocche delle due donne che sedevano al tavolo dell'uomo.
Port il vino, s'allontan.
Le pietanze seguirono gli antipasti: nei tavoli, donne e uomini erano diventati pi buoni.
Ma il numero sette chiam ancora:
"Cameriere."
"Pronto, signore."
"Questo  vino da rane."
"Si cambia subito."
"Ne avete Grignolino?"
"Certo, signore."
"No: portate Nebbiolo."
"Va bene." Scivola fra i tavoli, raggiunge la cucina.
"Cosa vuole?" chiede il direttore: "Non gli va il vino" Il direttore scrolla la testa. " tutto bevuto" commenta. Ma lui  gi fra i tavoli, a servire.
Ora l'orchestra ha ripreso: i chitarristi pizzicano: le note sprizzano dagli strumenti, l'armonica ha contorcimenti di serpe e le note scendono, si levano, s'allargano ad ondate nella sala.
La mezzanotte  vicina. Sui tavoli attendono imbacuccate le bottiglie dello spumante.
"Cameriere." Il numero sette lo ferma mentre gli passa vicino.
" bevuto." S'avvicina ed il cuore picchia dentro."Mi combina qualche guaio." Raggiunge il tavolo.
"Comandi."
"Questo vino  una porcheria."
"Potremo cambiarlo."
"Dove avete fatto il cameriere, voi?" L'uomo si  alzato e le due donne sbuffano sulle loro sedie.
Lui ha il vassoio con i bicchieri in mano; la mano trema e il vassoio  diventato pesante.
"Ve l'insegno io come dovete comportarvi." L'uomo leva il braccio: la sua mano raggiunge il viso.
Non fa in tempo a schivarlo e lo schiaffo accende fiammate alla sua faccia. Il vassoio crolla ed i bicchieri scoppiano fra le sedie. L'uomo barcolla, scivola, annaspa sotto il tavolo.
Lui s' chinato a raccogliere il vassoio.
Quando l'uomo si alza la mano sinistra sanguina e le donne urlano: "L'ha ferito."
Gli sembra che la sala crolli intorno a lui.
" stato lui; l'ha ferito." Le donne insistono e l'uomo agita la mano insanguinata.
Dai tavoli qualcuno s'avvicina.
"Ma non  vero: s' ferito cadendo" riesce a parlare. Ma anche l'uomo s' messo ad urlare: "M'ha ferito, m'ha ferito."
"Cosa avete fatto?" Il Direttore lo scuote.
"Ma  ubriaco." Le parole sono venute finalmente su. 
"L'ho visto io" una delle donne insiste: "l'ho visto io il coltello."
"Venite con me." Il padrone l'ha preso per il braccio.
"Chiamo le guardie" dice rivolto al cliente.
"Permesso, signori, permesso." Il direttore gira fra i tavoli, poi fa un cenno all'orchestra e gli strumenti riprendono.
Qualcuno ha portato una bacinella sul tavolo del numero sette.
"Com' stato?" chiede ora il direttore.
"S' ferito cadendo sul vetro."
"Ma le donne insistono."
"Sono ubriache fradice" protesta.
Il padrone scuote la testa: "Lo proverete al Commissario."
"Ma guardategli la ferita:  stato il vetro."
"Meglio, meglio."
Le guardie avvisate, si presentano poco dopo.
Il maresciallo interroga il ferito, le due signore; poi raggiunge la saletta.
"Andiamo" invita.
"Ma non capisco perch devo essere arrestato."
"Venite, spiegherete al Commissario."
" una porcheria" protest.
"Spiegherete,  meglio per voi."
Quando stanno per uscire un signore li raggiunge dalla sala da pranzo.
"Scusate" dice alle guardie; poi gli batte la mano sulla spalla: "Ho visto tutto; s' ferito cadendo; domani verr al Commissariato: prendete nota: Avvocato Celle." Saluta, s'allontana.
"Grazie" fa lui e il pianto sale alla gola.
Fuori attende la carrozza.
"Su" fa il maresciallo.
Salgono. Il cavallo s'avvia.
Dalla sala giungono gli scoppi dello spumante.
"Un altro anno che finisce" dice la guardia.
"Vedete, non m'importa che mi portiate dentro: uscir; lo so che uscir, ma a casa ho il mio bambino; gli avevo promesso un vestitino nuovo pel capo d'anno. Se avete figli comprenderete anche voi." Ma le parole restano chiuse dentro: svegliano solamente nuove lacrime. Gli uomini guardano ognuno dalla propria parte della strada: forse anche loro hanno bambini a casa.
...
Fine.
...
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16. Cavatori.
...
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...
Il grido del capo-cava aveva bussato alle finestre lungo il percorso; fino al luogo di raduno.
"O Pi." Quando la finestra apriva le palpebre, il passo dell'uomo strideva gi lontano, dietro ai gomiti dei vicoli. Poi la voce tornava a picchiare:
"Giosu" e la finestra in alto s'accendeva improvvisa.
Presto i passi cominciavano a risuonare per i vicoli ed i chiodi a stridere contro il selciato: gli uomini ad uno ad uno raggiungevano il ponte sul Carrione.
"Bona" ogni nuovo venuto salutava e veniva ad aggrupparsi agli altri in attesa.
L'acqua gocciolava sotto il ponte e la segheria vicina tirava gi i primi sospiri.
Quando il padrone raggiunse il gruppo gli uomini si mossero ed imboccarono la Carriona.
Pietro s'era portato in testa alla fila a fianco di Giosu.
"Be', t' passata?" chiese Giosu, e la sua mano batt sulla spalla di Pietro.
"Che cosa?"
"Menico."
"Per me  come se fosse morto."
"Non te l'ha portata via la ragazza."
"L'ha tentato."
"Ma glie le hai date."
"E come - mostr il pugno - pesa!"
I passi tonfavano nel polverone. In alto l'alba pioveva la sua luce di perla ed il volto della montagna si andava rischiarando; dal fiume saliva il chioccolio dell'acqua e l'ansare delle segherie.
"Mi pare che ti abbia salutato."
"Non l'ho nemmeno visto."
"Parole tra amici."
"Come se fosse morto: t'ho detto!"
Menico era in fondo al gruppo, fra i compagni di "lizza". Era piccolo sotto il cappellaccio scuro.
Gli uomini si erano divisi in gruppi: tecchiaioli, squadratori, lizzatori: ognuno s'era aggruppato ai compagni di lavoro; solo il filista passava da un gruppo all'altro come a fare la spola.
Presto lasciarono la Carriona e attaccarono il sentiero: allora si disposero in fila ed i passi suonarono duri contro la roccia. La voce del fiume s'era spenta; solo le segherie facevano giungere ancora il loro ansare.
In alto s'era spenta l'ultima stella e l'alba rischiarava il volto alla montagna.
I primi ravaneti erano venuti incontro col candore dei loro minuti blocchi e le cave, in alto, tacevano in attesa.
Chiusa fra i colli Carrara s'era riadagiata nel sonno; in fondo, sotto veli di nebbia, s'indovinava la pianura d'acqua.
Quando ebbero sorpassato il "Pizzo dei tre diavoli", la vastit della cava s'apr davanti a loro.
Il capo-cava accompagn il padrone verso la "parete" nuova e gli uomini tirarono fuori dal "capanno" i loro arnesi. Poi ognuno s'avvi al proprio posto.
Presto il filo elicoidale cominci a limare la carne bianca della parete; i martelli strapparono i primi accordi ai blocchi e i lizzatori si diedero ad ungere le corde e a insaponare i "legni".
"Cede?" Il padrone s'era avvicinato alla parete ed aveva chiesto.
"Resiste" rispose Pietro "ma metter giudizio" e mostr al padrone il cuneo.
"Baster?"
"Il filo ha gi lavorato: ci vorr qualche colpo ancora."
"Bene."
Il padrone lasci la parete, s'avvicin ai lizzatori che a pochi metri pi gi stavano "preparando" il blocco, per lizzarlo.
Pietro, sospeso contro la parete, cerc il punto giusto e diede i primi colpi di mazzuolo.
Gli altri tecchiaioli raschiavano la polpa alle antiche pareti. "Oh molla." Le corde gemettero ed il blocco cominci a slittare lentamente. Domenico e i compagni disponevano davanti al blocco, man mano che venivano loro passati, i legni insaponati.
Il gavitello dava ancora un gemito: le corde allungavano le braccia; il blocco guadagnava lentamente il pendio, scivolava verso il "poggio di caricazione".
Il sole aveva acceso le pareti, i blocchi e la cava era ormai tutto un barbaglio d'argento.
"Attenzione!" ma lo strappo fu fulmineo ed il grido del capo-ciurma anneg nell'urlo di Menico.
Il blocco ebbe un piccolo brivido e scart a sinistra.
"Un palo, un palo" ma gi Pietro s'era calato gi, aveva raggiunto il gruppo ed aveva puntato la sua spalla contro il blocco.
"Tieni duro, Pi!" Aveva incoraggiato il capo-lizza.
L'altro braccio di corda s'era irrigidito ed il gavitello gemeva.
"Il palo presto!"
Un cavatore accorreva dal capanno con i pali, ma il blocco scivolava lentamente.
"Aiuto!" L'urlo del caduto riempiva la cava.
"Coraggio!" Le guance di Pietro erano scavate e l'arco potente di Pietro aveva fermato il blocco. Poi una bestemmia apr la sua bocca: "Perdio, la mano!"
Gli uomini avevano piantato i pali contro i fianchi e il blocco s'era rovesciato sulla scarpata.
"La gamba" gemeva Domenico, "la gamba."
"Bravo Pietro." Il padrone aveva la fronte madida.
Il viso di Pietro ora era bianco e la mano sinistra rossa di sangue.
Gli uomini avevano sollevato Domenico e lo portavano verso il capanno.
"La mano?" chiese il padrone.
"Qualche dito..."
Uno degli uomini veniva incontro con una fascia. La mano fu avvolta e il braccio fu legato al collo.
"Suonate" ordin il padrone.
La tromba url il suo richiamo e l'eco lo riport di vallata in vallata.
Le cave tacquero e i cavatori accorsero per formare la "catena".
Domenico ora era disteso sulla panca e i cavatori facevano il "letto" per il trasporto.
"Ti vuole" Giosu s'era avvicinato a Pietro "per ringraziarti."
S'avviarono verso il "capanno."
Gli uomini gi si disponevano in catena, e i nuovi venuti formavano le nuove maglie ai lati dei sentiero.
Il gruppo dei portatori aveva sollevato il ferito.
Pietro li aveva raggiunti ed aveva posato la destra sul capo di Menico.
"Grazie, Pi..." La faccia era bianca come il marmo. "Ti  passata?" Ed aveva cercato di sorridere.
"Pensa a guarire; pi amici di prima."
"Pronti?" chiese il capo-cava.
I portatori si avviarono e dietro a loro tonfarono i passi dei cavatori.
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Fine.
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17. Nascita della casa popolare.
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Da qualche settimana gli alberi del terreno accanto alla strada provinciale avevano notato l'andirivieni di uomini della citt. Era stato facile a loro il riconoscerli: camminavano sul grano ancora tenero; spezzavano i ramoscelli che si paravano davanti; portavano, fra una parola e l'altra, il sigaro alle labbra e soffiavano, nell'aria, boccate di fumo.
Uomini nuovi per gli alberi; ma poca meraviglia aveva destato il loro contegno. Con tristezza, invece, gli alberi avevano notato che il loro padrone accompagnava gli uomini, che anche lui non aveva degnato di uno sguardo le piccole giovani gemme che s'affacciavano, con il loro tenue verde, lungo i rami.
Parole erano corse fra gli uomini. Gli alberi avevano ascoltato: una frase si era fermata a martellare dentro "La casa avr quattro piani".
Gli uomini erano, infine, ripartiti e la notizia era stata sussurrata di ramo in ramo: "Una casa a quattro piani; una casa popolare". Gli alberi avevano poi taciuto, ma le teste s'erano mosse a lungo sui tronchi, come fanno le donne quando la pena stringe i loro cuori.
Alcuni giorni passarono e l'ansia era pesata attorno agli animi come nebbia. Vennero altri uomini con vanghe e picconi ed il pericolo si manifest chiaro.
Gli uomini diedero i primi colpi ed il terrore piomb sul lotto del terreno venduto.
L'opera di distruzione ebbe inizio: le vanghe addentarono il giovane grano e larghe boccate furono strappate alla terra; dietro alla zappa, pi dolorosi,vennero a mordere i denti aguzzi dei picconi.
Il grano cadeva reciso: stille di pianto gocciavano dagli steli stroncati, si confondevano con la terra sconvolta.
Poi i picconi circondarono gli alberi; affondarono i denti nella terra delle conche, a cercare le radici.
Gli alberi resistevano: le radici si aggrovigliavano ai blocchi di pietra s'aggrappavano disperatamente alla terra.
Ma pi duri picchiavano gli uomini e larghi sospiri cadevano dai loro petti.
Un primo albero, il pi giovane del campo, trem, come percorso da brividi: alcune sue radici furono strappate alla terra; poi altre, altre ancora: spellate, contorte per lo sforzo di tenersi aggrappate.
Gli uomini raddoppiarono i colpi; l'albero, stordito, ebbe ancora due, tre scotimenti, poi cadde.
Altri alberi seguirono la sorte del primo: uno ad uno caddero tutti gli alberi del campo. Masse di radici annasparono, come mani di annegati.
Attorno alle buche, aperte nella terra, confondevano il loro sangue rami e steli, erba e foglie nella comune agonia.
Dur ancora qualche giorno l'opera di distruzione. Alcuni uomini scavarono larghe, profonde trincee. Altri continuarono ad accanirsi sui caduti. Le asce, le seghe spaccarono, tagliarono i tronchi, i rami che ammucchiati ai margini del campo, a notte, sotto la mesta luce delle stelle, sembravano mucchi di povere ossa.
Gli uomini unirono in un grande quadrato le profonde trincee; vicino a queste s'arrovesciavano masse di pietra nuova. I cavalli zampavano sul terreno sconvolto ed i carri rigavano di cento lividure il campo.
Gli alberi dei terreni attorno al lotto venduto sussurravano piano e sembrava pregassero per le piante distrutte; il grano e le erbe tiravano improvvisi sospiri.
Vennero altri uomini con secchi, mastelli, cazzuole e nelle trincee vennero calate pietre e cemento e lunghe verghe di ferro vennero innalzate a gruppi, in eguale distanza gli uni dagli altri, su di esse.
La terra soffr il freddo delle colate di cemento, sopport il peso dei blocchi di pietra. I muri cominciarono ad innalzarsi ruvidi e scabri, come rosi dalla lebbra.
Gli uomini, allora, si diedero a piantare travi, ad incrociare tavole, a stringere nodi con corde e filo di ferro, davanti alla massa crescente delle mura. E catene e carrucole cominciarono a gemere fra i grovigli delle travature.
Gli uomini, a sera, accendevano ai piedi di quel loro mostro, rossi fanali come lampade votive e le ombre ballavano fra le travature e gli ordegni.
Nelle notti di luna, l'ombra, s'allungava, al suolo come un drappo nero e nelle notti buie masse paurose si levavano dal suolo contro le stelle.
Gli alberi, al mattino, aprivano timidi occhi sui rami a guardare attorno ed a notte, quando il vento strappava gemiti e lamenti alle carrucole ed alle catene, tendevano, trepidi, le foglie come orecchie.
Il grano era cresciuto sotto alle piante ed i sospiri, col vento, erano pi vasti e pi profondi.
A volte le spighe scuotevano la testa: a commentare.
Poi le facciate apparvero intere: una superficie malata: tutta rughe, bitorzoli. Occhiaie fonde s'aprivano in esse.
Ma a poco a poco la superficie si riemp di tenera polpa, divenne liscia.
Sul tetto apparve il rosso delle tegole e le grondaie brillarono al sole.
Imposte furono infisse ed i vuoti delle finestre si chiusero con dolci, fresche palpebre.
Scese il sole ad asciugare le facciate e venne la luna a stendere veli d'argento sulla casa. Venti odorosi di erbe sciamarono dentro le stanze vuote, sotto al portone, nell'atrio nuovo.
Gli alberi sgranarono i grandi occhi dei fiori a cogliere, ad una ad una, le sorprese.
Rotolarono autocarri lungo la provinciale, si fermarono davanti alla casa, deposero carichi di mobili, di utensili.
Qualche luce brill lungo la facciata: la casa ebbe i primi palpiti.
Una chitarra adun melanconie di ricordi, una voce tent un canto, una radio lanci un coro.
Nelle stanze, dietro ad ogni parete, cominciavano a battere cuori, maturavano pensieri, sbocciavano speranze.
Gli alberi si agitavano presi da un curiosit nuova: le foglie tese, cercavano di cogliere voci, suoni, anche i passeri, fra i rami. Uno di essi azzard un volo: si pos sul tetto della casa, saltell lungo le grondaie, ritorn infine, con gli occhi umidi ed il cuore in gola.
Rifer di avere visto nell'atrio, chiaro di sole, bimbi e giocattoli; bimbi e mammine. Allora i passeri volarono a frotte sulle tegole rosse. Fumarono i camini. Lo strillo di un neonato vol, infine, come un saluto nel mattino di maggio e gli alberi e le messi sussultarono di gioia.
Fra due finestre fu steso il gran pavese delle fasce, delle camiciole.
Varata come una nave la casa aveva iniziato il sicuro viaggio nel tempo.
...
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...
FINE.